Leggere i testi
03 Giugno 2019

Tra fanciullino e superuomo

Un attraversamento della poetica di Pascoli
Uggè Elena

Pascoli, Rousseau, Peter Pan

 

«Fratelli, non ragionate come bambini.

Siate come bambini per quel che riguarda il male,

ma siate adulti nel modo di ragionare» (Corinzi 14, 20)

 

La data in cui Giovanni Pascoli pubblica il saggio sul Fanciullino è il 1897, l’inizio recita così:

 

È dentro noi un fanciullino che non solo ha brividi, come credeva Cebes Tebano che primo in sé lo scoperse, ma lagrime ancora e tripudi suoi. Quando la nostra età è tuttavia tenera, egli confonde la sua voce con la nostra, e dei due fanciulli che ruzzano e contendono tra loro, e, insieme sempre, temono sperano godono piangono, si sente un palpito solo, uno strillare e un guaire solo. Ma quindi noi cresciamo, ed egli resta piccolo; noi accendiamo negli occhi un nuovo desiderare, ed egli vi tiene fissa la sua antica serena maraviglia; noi ingrossiamo e arrugginiamo la voce, ed egli fa sentire tuttavia e sempre il suo tinnulo squillo come di campanello.

 

Cebes Tebano è un filosofo che pensando alla morte di Socrate, in procinto di bere la cicuta, si mette a piangere e si scusa dicendo che non è lui a piangere, ma il fanciullino che è dentro di lui. La poetica di Pascoli parte proprio da questa affermazione. Dunque cos’è questo fanciullino? Si tratta di una voce interiore che osserva la realtà con uno sguardo particolare e man mano che l’uomo avanza con l’età diventa sempre più difficile da ascoltare («ma quindi noi cresciamo, ed egli resta piccolo»). Quando si parla di evoluzione e crescita che schiacciano l’innocenza del fanciullo, non si può non pensare a Jean-Jacques Rousseau, il quale afferma che l’uomo nasce buono, ma col passare del tempo viene corrotto dai condizionamenti della società; il filosofo aggiunge però che solo la Natura può essere maestra del bambino e quindi egli deve essere tolto dalla famiglia. Quest’ultima considerazione è sicuramente l’opposto della visione pascoliana, che invece tenta di ricostruire il famoso nido, dando così un’importanza primaria alla necessità del nucleo familiare da cui l’individuo proviene.

L’uomo cresce e il suo timbro s’arrugginisce, ma la voce di questo fanciullino si fa tuttavia sentire con il suo lieve tintinnio, un «tinnulo squillo come di campanello». A proposito di questo tintinnio sarebbe interessante fare un collegamento al suono di Campanellino o al “trillare di Trilli”, la famosa fata che sta sempre al fianco di Peter Pan (1911). Lo scozzese J.M. Barrie (1860-1937) e l’italiano Giovanni Pascoli (1855-1912), quasi coetanei, appartengono allo stesso secolo ed entrambi si sono districati con questa tematica della fanciullezza, dunque non si può fare a meno di trovare qualche parallelismo.

Va subito fatto un avvertimento: se uno desidera avvicinarsi alla reale figura di Peter Pan potrebbe rimanerne deluso, egli infatti è lontano anni luce dalle letture edulcorate della nostra infanzia e dalla visione proposta dai diversi film realizzati negli anni (si pensi alla versione della Disney de Le avventure di Peter Pan del 1953, al famosissimo Hook  del 1991 diretto da Steven Spielberg, o al sentimentale ma ben riuscito Peter Pan di P.J. Hogan del 2003, e se ne potrebbero citare tanti altri). Il filo rosso e il luogo comune è quello di un ragazzino simpatico, avventuroso, che non vuole crescere. Il Peter Pan di Barrie, invece, è sempre in bilico tra una fanciullezza innocente, da conservare e mantenere per tutta la vita, e una specie di tirannia, una cattiveria e un fondamentale egoismo. Lo scrittore lo esprime con queste parole che si ripetono nel testo: «I bambini sono felici, innocenti, spensierati e senza cuore». Peter Pan in effetti è un ragazzino decisamente egocentrico, al punto che spesso dimentica la presenza dei fratelli di Wendy perché la sua attenzione è sempre su altro, e il motivo per cui tiene a questa ragazza è dato dal fatto che lei rappresenta più una mamma che un’amica o una compagna.

Wendy prova affetto per Peter Pan e accetta il ruolo di madre dei Bimbi Sperduti, che diventano figli, ed è significativo che Peter Pan, in questo “gioco”, sia il padre e non il figlio, perché egli ha un bisogno disperato di una madre, ma è un personaggio superbo e per certi aspetti tirannico. Essere figlio vorrebbe dire sottostare a certe disposizioni di Wendy. Un esempio può essere quando i fratelli di Wendy piano piano dimenticano i loro genitori, così la ragazza organizza una piccola scuola con tanto di compiti e di esami. Una scuola a cui Peter non partecipa, perché è orgoglioso di non sapere né leggere né scrivere e neppure desidera impararlo. Il personaggio di Wendy sembra persino sfruttato da Peter, proprio come farebbe un bambino capriccioso con la sua mamma, che non ne comprende ancora a pieno le fatiche e i sacrifici; Wendy infatti si occupa di organizzare la vita famigliare: rassetta la casa, cucina, lava, riordina gli abiti dei figli e racconta storie. La tirannia di Peter si evince in molti punti: quando ad esempio esilia per una settimana Trilli per avere tentato di uccidere Wendy. Il fatto che venga esiliata e non uccisa non è un atto compassionevole di Peter, che anzi, appena saputo il fatto, aveva affermato di voler uccidere il Bimbo Sperduto colpevole. C’è proprio un punto nel racconto in cui si dice:

 

I ragazzi sull’isola variano naturalmente di numero, a seconda che vengano eliminati, e così via; e quando pare che stiano crescendo, cosa che è contro le regole, Pan ne riduce il numero.

 

Perché Peter Pan allora ucciderebbe dei bambini innocenti e non Campanellino? Proprio perché Trilli è quel «tinnulo squillo come di campanello» di cui parlava Pascoli nel Fanciullino. Senza di questo il ragazzo crescerebbe e dimenticherebbe la sua fanciullezza, perderebbe i poteri della fata che lo rendono giovane. Peter infatti sarà l’unico a rifiutare il ritorno a casa, cioè al mondo degli adulti e, ancora una volta, sarà il lato egoista del bambino a rivelarsi: prima che i bimbi arrivino nella loro dimora, Peter li anticipa e cerca di chiudere la finestra, per far credere che la mamma non li stia aspettando; al loro arrivo, tuttavia, la finestra è di nuovo aperta. Non solo vengono riaccolti i fratelli Darling, ma anche tutti i bambini sperduti vengono adottati dalla famiglia. La signora Darling propone a Peter di restare, ma lui ribatte: «nessuno mi costringerà a diventare grande». Mentre sta per uscire, Wendy lo richiama: «Non ti vedrò mai più», gli dice. E lui noncurante risponde: «Potrò forse venire a prenderti per le pulizie di primavera».

 

Fanciullino e superuomo

 

Nel passo del Fanciullino riportato all’inizio si può notare la convivenza di due spiriti: quello adulto, più razionale e concreto, e uno spirito bambino che è capace di stupirsi, quindi più artistico e creativo, irrazionale. Oltre al dualismo umano tratteggiato da Pascoli, si è parlato anche del carattere egocentrico e autoreferenziale del Peter Pan di Barrie, il quale potrebbe paradossalmente apparirci come una sorta di superuomo in miniatura. Nella Nascita della tragedia, infatti, Friedrich Nietzsche oppone lo spirito apollineo, quello appunto razionale e scientifico, a quello dionisiaco, irrazionale, e nel descrivere quest’ultimo fa un ritratto che sembra essere proprio quello di Peter Pan (si tenga conto che la data di pubblicazione di questo testo è del 1872). Forse il collegamento uomo adulto-apollineo e fanciullino-dionisiaco potrà sembrare forzato, ma va da sé che Peter, non a caso Pan, è un chiaro riferimento a questo spirito della Natura incarnato anticamente dal dio Pan, un richiamo che è presente anche nel testo di Nietzsche.

In Così parlò Zarathustra, Nietzsche affronta il compito di pensare l’uomo e il mondo dopo che “Dio è morto” o dopo che noi l’abbiamo ucciso. A questa fase negativa deve poi subentrare il momento creativo: l’uomo deve recuperare l’innocenza del fanciullo, cioè la capacità dionisiaca di accettare la vita come un divenire incessante, senza sviluppo né progresso, un eterno ritorno del ciclo sempre uguale di nascita-morte, creazione-distruzione. Solo in questo modo l’uomo sarà l’incarnazione del nuovo spirito di Dioniso e tale uomo sarà un superuomo, il cui unico scopo è interpretare, ossia amare se stesso. Nietzsche descrive Dioniso come oscuro, irrazionale, un dio ambiguo che ama la musica e la danza: spontaneità ed ebbrezza.

Chi c’è di più ambiguo di questo Peter Pan che è un assassino di bambini e pirati, eppure piace per il suo spirito di libertà? Peter Pan, romanzo e opera teatrale, affascina perché i piccoli lettori si immedesimano nell’eroe-bambino; ma quanto invece il suo superomismo ricalca quello di un adulto egoista? Ci sono oscurità, bifrontismo, uno spirito dai mille volti, caotico, da cui possono uscire un grande numero d’interpretazioni. Peter Pan è danzante e ama suonare, infatti spesso lo si dipinge con la siringa in mano; egli è ebbrezza: è un bambino che ha la totale concentrazione su di sé, al contempo superuomo di Nietzsche e infante puerile.

Il fanciullino di Pascoli, invece, non è la parte egoistica e istintuale del bambino, ma quella più innocente: è una sana irrazionalità, uno sguardo stupito al creato (sullo stupore fanciullesco Leopardi scriveva: «i piccoli vedono il tutto nel nulla, gli adulti il nulla nel tutto»). La poesia per Pascoli non è prodotto di abilità letteraria, ma frutto di una rivelazione: è contenuta nelle cose e il poeta sa coglierla e trasmetterla agli altri uomini, perché è in grado di ascoltare quel fanciullino che è dentro ognuno e che vede il mondo con sguardo limpido e meravigliato, mentre l’adulto che scrive poesia rischia di farsi distrarre dalle esperienze quotidiane.

 

Egli è quello, dunque, che ha paura al buio, perché al buio vede o crede di vedere; quello che alla luce sogna o sembra sognare, ricordando cose non vedute mai. Egli è quello che nella gioia pazza pronunzia, senza pensarci, la parola grave che ci frena […].

Il fanciullino si meraviglia di tutto, poiché tutto gli sembra nuovo e bello e non tralascia nessun particolare; il fanciullino è generoso e buono. [...] Non gli uomini si sentono fratelli fra loro, sì i fanciulli che sono in loro, i quali, per ogni poco d’agio e di tregua che sia data, si corrono incontro, e si abbracciano, e giocano.

 

Il fanciullino è «in tutti gli uomini». La sua è una proiezione pura e candida dell’uomo, che rappresenta la sua autenticità e non va a cambiare con il passare del tempo. Entra in gioco anche il tema della “meraviglia”, dell’avvicinarsi alle cose come se fossero costantemente nuove. Il “fare nuove tutte le cose” del poeta è fondamentale per ri-innamorarsi, ri-entusiasmarsi, per poter dare ancora una volta nuovi nomi al creato. Quella gioia pazza e quella parola di troppo che vengono frenate dall’adulto, ma sono presenti in ogni uomo, per Pascoli sono quel pizzico di dionisiaco che si può considerare sano, perché è quella fresca naturalezza e spontanea sincerità che ogni tanto anche da adulti faremmo bene a non reprimere.

Uggè Elena
Laureata in Lettere Moderne presso l’Università Cattolica di Milano e insegnante di materie letterarie.