Esperienze didattiche
17 Settembre 2018

Storie di viaggi e migrazioni / 1

Un laboratorio di lettura e scrittura
Cavadini Linda

“Decine di corpi intorno a me si abbandonavano al loro destino, cadevano sull’asfalto come le foglie in autunno cadono dagli alberi.

“Sei pronta?” gridò la mia mamma, sorpassando con la voce l’eco delle bombe.

Annui piano e le dissi: “Andrà tutto bene”, in realtà avevo più paura di lei ma dovevo fingermi forte ai suoi occhi.

La guerra ci stava distruggendo, stava portando via la nostra felicità, ma nonostante ciò lei non voleva partire, voleva salvare me e abbandonarsi al suo destino.

Smisi di pensare e tornai alla realtà, dovevo solo prendere la sacca e partire senza una meta precisa, abbandonando la mia famiglia.

Osservai quella che era casa mia per l’ultima volta, e, mentre uscivo in veranda, lo vidi, lo rividi dopo tanto tempo: mio padre. Non lo vedevo da tre anni e stava tornando dalla guerra proprio il giorno in cui stavo scappando.”

Il destino riserva felicità, Emma, classe 2A

 

Il racconto di Emma, 12 anni, inizia così ed è uno dei venticinque racconti che hanno concluso il laboratorio di lettura e scrittura sulla migrazione nella scuola secondaria di primo grado “Aldo Moro” di Prestino (Como). Ora sono conservati nel portfolio di esti che ciascun ragazzo conserva dalla prima: cronistoria del loro percorso come scrittori.

Affrontare in classe la letteratura di migrazione significa mettere i ragazzi di fronte a vite, a storie complesse, emozionanti e reali. Significa lavorare sulle competenze di cittadinanza, sull’humanitas. Significa permettere loro di immergersi in una realtà distante, ma con cui entrano in contatto tutti i giorni: abito a Como, città di confine e di migrazione e insegno alla scuola secondaria di primo grado, molti dei miei ragazzi sono figli di migranti (vuoi dell’emigrazione interna degli anni ’70 vuoi di quella odierna), alcuni sono migranti essi stessi. Ricostruendo l’albero genealogico delle loro famiglie, abbiamo scoperto che, su 25 alunni, solo 5 hanno entrambi i bisnonni nati a Como: siamo tutti migranti e per fortuna. Parlare di migrazione è dunque parlare della loro storia, del loro vissuto, del mondo che li circonda e scriverne è un modo per capire, fare proprio e dare un nome agli eventi, razionalizzarli. Ma come dar voce a questo vissuto, come permettere loro di conoscere, sperimentare, mettersi nei panni, fare con la letteratura e fare letteratura essi stessi?

Da anni sperimento una didattica laboratoriale dell’italiano: la mia classe vive la routine quotidiana della lettura e della scrittura, siamo una piccola comunità di lettori e scrittori. Come docente mi sono prefissata due obiettivi fondamentali: insegnare a leggere e insegnare a scrivere, obiettivi per altro ben esplicitati nelle nuove indicazioni ministeriali per la scuola del primo ciclo. Il percorso sulla migrazione si inserisce in questo contesto è stato svolto sia dal punto di vista della lettura che della scrittura. Perché parlare di migrazioni? La realtà nazionale è sotto gli occhi di tutti, ma può la scuola restare indifferente quando il mondo bussa alla tua porta? Mi ha colpito molto quanto mi ha scritto Daniele sul taccuino dopo la lettura della poesia di Martin Niemöller e delle storia di Liliana Segre: “Non bisogna mai far finta di niente e rimanere indifferenti”.

Alla stazione di Como San Giovanni, la stazione bella della città, nell’estate del 2016 si sono accampati 450 migranti. Venivano dall’Africa. Da quell’Africa dove se resti muori: dall’Eritrea, dalla Guinea, dall’Etiopia, dal Sudan, dalla Somalia, dal Sahara Occidentale. Nelle gambe queste persone avevano un viaggio lungo un anno, botte, scafisti, attese, deserto, mare, gommone, piedi che sanguinano. Volevano solo passare il più velocemente possibile. L’emergenza è stata gestita per tutta l’estate da volontari, coordinati dalla Caritas comasca e dalla croce rossa: spontaneamente è nata una rete che ha garantito cibo, coperte, tende, assistenza sanitaria. La mia città si è spaccata in due e lo è anche adesso che i migranti non sono più in stazione: noi a scuola abbiamo scelto di capire e informarci, di sospendere il giudizio prima di aver raccolto tutte le informazioni necessarie. Quelle che deve fare la scuola insomma.

 

L’immersione 1: il testimone, l’articolo di giornale e una poesia

Uno dei capisaldi dell’approccio pedagogico che seguo, il reading and writing workshop, è l’immersione nel genere che si vuole approfondire, sia in lettura che in scrittura. Un’immersione che serve non solo ad avere chiari temi e struttura, ma anche le tecniche di scrittura. Ma andiamo con ordine.

Per entrare in argomento abbiamo dato la parola a Mamadou, un profugo Etiope che ci ha raccontato la sua storia, in un inglese chiaro e perfetto: i ragazzi si sono trasformati in giornalisti, hanno progettato le domande da porgergli e si sono messi in ascolto, poi ne hanno tratto un articolo di giornale. È importante che ogni momento diventi non solo occasione di riflessione in classe, ma anche di scrittura: scrivere è razionalizzare, dare forma all’emozione, prendersi tempo e riflettere.

Per scoprire come si scrive un articolo di giornale siamo partiti da un articolo della stampa come mentor text, ovvero testo di riferimento, costituisce modello di scrittura: Dal barcone in Libia al dottorato, la favola del professore Alagie (di FilippoFemia, “La Stampa”, 13-01-2018). Di fronte ai testi non è solo importante soffermarsi su cosa dicono, la chiave è come lo dicono, il che è tanto più vero per i testi di letteratura: per questo cerco di dedicare tanto tempo a capire il tema ma al contempo tanto tempo alla dispositivo. Dopo la lettura il testo è stato scomposto e sezionato: scopriamo così la divisione in paragrafi e le tecniche usate dal giornalista. Ci soffermiamo sull’incipit e sul finale, sulle tecniche usate per suscitare empatia nel lettore, sull’uso dei testimoni e del discorso diretto, sulla scelta di “frasi brevi” in luogo di quelle lunghe. Il testo viene poi riassunto e asciugato attraverso varie tecniche. A questo punto segue la scrittura del commento.

 

L’immersione 2: gli albi illustrati

I libri illustrati scontano la colpa di essere considerati libri per bambini o libri minori. Ciò che vorrei dimostrare è esattamente il contrario: utilizzo molto spesso gli illustrati in classe per entrare in argomento, per suscitare discussioni, per negoziare significati, per spiegare tecniche di scrittura. Il libro Mediterraneo (2017) di Armin Greder, ad esempio, che trae ispirazione dalle tragedie delle traversate del Mediterraneo, ha la forza di certi quadri espressionisti, della durezza e profondità di Goya. È un racconto per immagini che parte a ritroso, dal pesce pescato nel mare del mediterraneo per poi riportarci ad altre barche, carrette del mare: l’occasione del racconto ci viene spiegato dalla nota finale.

Solitamente, dopo aver letto e mostrato il libro, chiedo ai ragazzi di compilare uno schema a Y, in cui inserire: “cosa racconta il testo”, “connessioni con la mia vita e con altri testi”, “domande che mi suscita o che farei all’autore”: è lo schema DIC (domande, impressioni e connessioni), di cui parla Frank Serafini in Around the reading workshop in 180 days. Il momento della discussione che ne segue è sempre molto arricchente e ci permette di vedere i ragazzi in un contesto meno strutturato e di abituarli a sostenere opinione e ad argomentare. I libri illustrati hanno il potere di spingere i ragazzi a cercare di dare il loro senso a ciò che guardano, a trovare connessioni e ciò vale soprattutto per chi ha meno dimestichezza col testo scritto.

L’approdo (2008) di Shaun Tan racconta la storia della migrazione di suo padre, è un libro capolavoro, un silent che va bevuto e goduto con gli occhi. Nel mostrare un illustrato è bene sempre provare a suggerire domande per le annotazioni sul taccuino, come ad esempio si può fare con un’immagine tratta da L’approdo, quella degli uomini in fila con la valigia in mano, sullo sfondo la Statua della libertà: Provate a immaginare quale storia ci sia dietro le due immagini accostate. Cosa rappresenta l’immagine con la valigia? Cosa notate nella rappresentazione dei volti? Fino a che non hanno imparato a guardare, analizzare, scoprire un testo i ragazzi non vanno mai lasciati soli davanti ad esso: è troppo forte il rischio che passino oltre senza guardare.

 

Immersione 3: il libro ad alta voce

Ho scelto di leggere in classe Continua a Camminare (2017) di Gabriele Clima, un romanzo per ragazzi, relativamente semplice e che non supera le duecento pagine (la brevità è una caratteristica necessaria per la lettura ad alta voce). Nelle ore di lettura abbiamo discusso di quanto capita ai due giovani protagonisti, dei motivi per cui entrambi sono in cammino e su come Clima ci descrive viaggio e ambiente e costruisce i suoi personaggi.

Altri testi utili per la lettura ad alta voce potrebbero essere: tra illustrati e graphic novel L’isola (2008) e Mediterraneo (2017) di Armin Greder, L’approdo (2008) di Shaun Tan, Non stancarti di andare (2009) di Stefano Turconi e Teresa Radice; il racconto Il lungo viaggio, tratto da Il mare color del vino (1973) di Leonardo Sciascia; il romanzo a Camminare (2017) di Gabriele Clima. Per la lettura autonoma da parte dei ragazzi consiglio invece L’orda. Quando gli albanesi eravamo noi (2002) di Gian Antonio Stella, Vita (2003) di Melania G. Mazzucco, Non dirmi che hai paura (2014) di Giuseppe Catozzella, Nel mare ci sono i coccodrilli (2010) di Fabio Geda, Ammare. Vieni con me a Lampedusa (2017) di Alberto Pellai e Barbara Tamborini, Adua (2015) di Igiaba Scebo, Exit West (2017) di Mohsin Hamid.

 

(Continua...)

Cavadini Linda
Docente della Scuola secondaria di primo grado “Aldo Moro” di Prestino e dell'Istituto Comprensivo Como Prestino-Breccia.