Leggere i testi
06 Maggio 2019

Saper fare collegamenti

Spunti didattici per il nuovo esame di Stato
Langella Giuseppe

Il profilo ideale di studente che emerge dal nuovo esame di Stato è quello di una persona convenientemente colta, capace di allargare il discorso e inquadrare l’opera facendo gli opportuni richiami storici e culturali. La competenza richiesta è proprio questa: la capacità di attivare tutte le conoscenze acquisite per comprendere, contestualizzare, storicizzare, interpretare e giudicare criticamente un testo. Questa capacità di incrociare i dati, facendoli interagire in un’ottica allargata e pluridisciplinare, abbraccia tutte le fasi del nuovo esame di Stato, segnatamente la tipologia A della prima prova e il colloquio.

Del resto, il confronto dei dati e delle esperienze sta all’origine di ogni processo conoscitivo. La mente umana, non troppo diversamente dagli elaboratori elettronici e dai circuiti informatici, obbedisce a un sistema binario, classificando i fenomeni sottoposti via via al suo vaglio sulla base delle analogie e delle differenze che presentano. La conoscenza è sempre il risultato di un lavoro di comparazione. Se la nostra mente non stabilisse legami tra singole acquisizioni o esperienze, non sarebbe in grado di astrarre e generalizzare, di cavare cioè dal molteplice fenomenico un’idea, un concetto, uno schema, una legge universale, nel che consiste appunto la conoscenza del reale. La capacità di fare collegamenti acquista, perciò, un’importanza cruciale e andrebbe sviluppata nel corso dell’intero ciclo d’istruzione con un addestramento continuo e progressivo, fino a diventare un abito mentale, una pratica spontanea.

Propongo, qui di seguito, un esempio del lavoro critico che potrebbe essere condotto a partire da un testo letterario utilizzando il metodo dei collegamenti. Supponiamo che una delle due tracce della tipologia A della prima prova scritta o la busta scelta per l’avvio del colloquio chiedano di analizzare e interpretare questa breve lirica di Giorgio Caproni, intitolata Anch’io:

 

Ho provato anch’io.

È stata tutta una guerra

d’unghie. Ma ora so. Nessuno

potrà mai perforare

il muro della terra.

 

Questa lirica appartiene, come s’indovina anche dall’ultimo verso, alla raccolta Il muro della terra. Quella che s’inaugura con Il muro della terra è l’ultima, grande stagione poetica di Caproni, totalmente assorbita nella ricerca, accanita quanto inconcludente, di un fondamento metafisico che spieghi e dia uno scopo all’esistenza del mondo e della vita. Il titolo dell’opera, uscita nel 1975, rimanda all’incipit del canto X dell’Inferno: quello, ben noto e scolastico, di Farinata degli Uberti:

 

Ora sen va per un secreto calle,

tra ’l muro de la terra e li martìri,

lo mio maestro, e io dopo le spalle.

 

Nella Commedia dantesca il «muro de la terra» designa, come sappiamo, l’alta cinta muraria che delimita la città di Dite. In quanto racchiude al suo interno una folla di dannati, nella ripresa di Caproni esso viene a rappresentare, in primo luogo, una sorta di prigione esistenziale, il perimetro entro cui obbligatoriamente si svolge l’esperienza dell’uomo, che è anzitutto esperienza tragica del male.

Ma l’immagine dantesca acquista in Caproni un ulteriore senso allegorico: «il muro della terra» raffigura anche il limite contro cui s’infrange ogni sforzo umano di far luce sul mistero dell’universo. L’allegoria investe, quindi, anche il piano gnoseologico. Il tentativo di «perforare / il muro della terra», di aprirvi una breccia a forza di «unghie», è manifestamente velleitario, destinato in partenza a non avere successo per la totale inadeguatezza dei mezzi a disposizione. Questa «guerra» infruttuosa rimanda all’impotenza conoscitiva della ragione.

La duplice connotazione allegorica (esistenziale e metafisica) che Caproni imprime al «muro della terra» dovrebbe richiamare, per affinità, un altro celebre muro scolastico, quello costeggiato dal giovane Montale in Meriggiare pallido e assorto. Anche qui, infatti, si ripete l’esperienza del limite invalicabile, rappresentato dalla «muraglia / che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia». Il poeta scorge, di là da quella, «il palpitare / lontano di scaglie di mare», ma il suo passo in quella direzione gli è impedito. La felicità può essere solo intravista, desiderata. Per raggiungerla, bisognerebbe essere liberi, ma lui è prigioniero del «rovente muro d’orto», che non può essere scavalcato, a causa di quei pezzi taglienti di vetro murati sulla sua sommità. E allora non gli resta che «seguitare» la «muraglia», ovvero costeggiarla, come già il pellegrino Dante dentro la città di Dite, nella speranza improbabile che prima o poi si apra un varco. Per Montale «tutta la vita e il suo travaglio» si riassumono in questo desiderio frustrato di trovare una via d’uscita ai limiti che condizionano pesantemente la nostra esistenza, nella ricerca della «maglia rotta» attraverso la quale sfuggire alle strettoie e ai vincoli della società e della natura. Il «rovente muro d’orto», mentre ricorda, quanto a calore, gli avelli infuocati degli eretici danteschi, allude a una condizione penosa di reclusione, a un hortus conclusus che ha perso completamente le suggestioni fascinose accordategli da d’Annunzio nel Poema paradisiaco. L’hortus conclusus di Montale evoca ormai soltanto un sentimento oppressivo di soggezione alle ferree leggi della necessità.

Diversa, ma imprescindibile in quest’ordine di considerazioni, è la funzione che riveste la siepe leopardiana dell’Infinito: un muro anch’essa, di rami e di foglie, ma dai poteri assai più limitati. A differenza, infatti, dell’impenetrabile muro novecentesco di Caproni e di Montale, che non può essere né perforato né oltrepassato, la siepe leopardiana frappone un ostacolo aggirabile, perché può impedire, bensì, al poeta di ammirare il paesaggio, ma non certo di contemplare, con gli occhi dell’immaginazione, l’infinito; anzi si direbbe che proprio l’ostruzione del campo visivo provocata dalla siepe dia l’abbrivo a un’esperienza mentale dai contorni addirittura mistici, per comprendere la quale è giocoforza rifarsi all’estetica kantiana, e poi romantica, del sublime. Di contro, cioè, al sentimento dello scacco conoscitivo che contrassegnerà i muri novecenteschi, la siepe leopardiana favorisce l’esperienza culminante dello sconfinamento metafisico. Nel «mare» appena intravisto da Montale, baluginante da «lontano», il Leopardi degli idilli può ancora tuffarsi, immergersi, fare naufragio, provare l’ebbrezza dell’immenso e dell’eterno, sentire, con Kant e con Schelling, che la coscienza dell’uomo, tanto più se artista, può contenere l’infinito.

Scostiamoci, ora, dalle invenzioni emblematiche della letteratura, per affacciarci invece sui panorami materiali della storia. In ambito storico, le mura sono sempre state edificate a scopo difensivo, per proteggere dagli attacchi nemici le città e anche più vasti territori. Come non ricordare, a questo proposito, la Grande Muraglia cinese? Un’opera davvero ciclopica, che si snoda ininterrottamente per quasi novemila chilometri, seguendo la conformazione orografica del terreno, lungo quello che per secoli fu il confine settentrionale dell’impero, minacciato dalle incursioni dei Manciù e dei Mongoli. Ancora oggi si continua a erigere muri, anzi negli anni Duemila essi si sono moltiplicati di numero, in tutti i continenti, in maniera esponenziale. Basterà citare la barriera di separazione costruita in Cisgiordania per scongiurare gli attacchi terroristici e difendere gli insediamenti israeliani, considerata però dai palestinesi il simbolo della segregazione razziale e dell’apartheid. Qualcosa di simile Donald Trump intende fare al confine tra Stati Uniti e Messico, per porre fine al fenomeno dell’immigrazione clandestina dal Centro America; e per lo stesso motivo anche diversi Paesi balcanici dell’Unione Europea, come l’Ungheria, la Slovenia e la Macedonia, hanno recintato i loro confini meridionali.

Siamo – s’intende – a un tema nevralgico e divisivo, che interpella le coscienze, tra doveri umanitari e risposte politiche, e molto si presterebbe a riflessioni e dibattiti in materia di valori di cittadinanza. Una cosa è certa: da che mondo è mondo i muri non uniscono, ma dividono, talvolta persino gli abitanti di una medesima città, come Berlino, spaccata in due, dal 1961 al 1989, da un muro tristemente assurto a simbolo della cortina di ferro. Questo muro ha ispirato, fra l’altro, diversi film, come Il cielo sopra Berlino (1987), per la regia di Wim Wenders.

Diversi artisti di fama internazionale sono scesi in campo per denunciare l’assurdità delle barriere di separazione e sollecitarne l’abbattimento. Basti citare, qui, due fra i più importanti maestri della street art, lo statunitense Keith Haring e l’inglese Banksy, che hanno cercato simbolicamente di farle scomparire dipingendole. Nel 1986 Haring dipinse, su un tratto del muro di Berlino lungo alcune centinaia di metri, una catena ininterrotta di figure umane disposte parallelamente al terreno e congiunte tra loro mediante l’unione delle mani o dei piedi. Era un evidente messaggio politico, rafforzato anche dall’impiego di tre soli colori, il rosso, il nero e il giallo, che erano poi quelli della bandiera tedesca, a significare l’esistenza di un’unica nazione. Banksy, dal canto suo, ha lasciato ben nove opere sul muro israelo-palestinese, rappresentando bambini che cercano di scavalcare la struttura salendo appesi a dei palloncini, o aprendo delle brecce immaginarie sui paradisi terrestri che si trovano dall’altra parte, armati soltanto di paletta e secchiello, non troppo diversamente dalle semplici unghie cui si era affidato il nostro Caproni nella lirica da cui abbiamo preso le mosse.

Langella Giuseppe
Professore ordinario di Letteratura italiana moderna e contemporanea presso l'Università Cattolica di Milano. Co-autore dei manuali "Letteratura.it" e "Amor mi mosse".