Leggere i testi
28 Gennaio 2019

Quando il personaggio diventa il suo nome

…e la letteratura passa in proverbio
Cavalli Silvia

Quanti sostantivi sono nati in origine come nomi propri di protagonisti o personaggi di un’opera letteraria e hanno poi assunto un significato traslato? Quante sono le espressioni che usiamo comunemente e non sappiamo che provengono da un libro?

Certo in alcuni casi definirli libri è riduttivo, anche se è vero che lo sono. Pensiamo alla Commedia di Dante: è innegabile che sia un libro, eppure la percezione che ne abbiamo è quella di prodotto culturale, qualcosa che sta prima di tutto quello che abbiamo studiato, qualcosa di cui non possiamo fare a meno. Oltre che, per gli studenti delle scuole superiori, uno scoglio da superare per arrivare alla maturità. Quante terzine di Dante dobbiamo imparare questa settimana? Com’è la parafrasi? E quella frase che cosa vuol dire esattamente?

Insomma, a volte accade che i classici della letteratura siano percepiti come un sostrato della nostra identità. Altre volte, invece, sono considerati più una materia di studio che libri veri e propri, col risultato (deprecabile) che non solo non vengono letti, ma persino ignorati nel loro contenuto per una sorta di rifiuto ostinato. Non che non ne si conosca la trama, almeno a grandi linee. È il dettato con cui sono composti a essere sfuggente: lo stile e le espressioni adoperate all’interno di alcuni libri rimangono sconosciuti.

Non è pessimismo, è una constatazione. Può succedere infatti che gli studenti superino la maturità senza avere mai sentito parlare di gattopardismo e senza conoscere l’aggettivo corrispondente: gattopardesco. È vero che il programma del Novecento a stento viene coperto durante l’ultimo anno delle scuole superiori. Ma è vero anche che il vocabolario dei giovani si sta impoverendo per quanto riguarda certe sfumature di lessico, mentre assistiamo ovunque a un incremento nell’uso di anglicismi non sempre necessari.

Il punto però non è questo. Il punto è che bisognerebbe tornare ai classici della nostra letteratura anche a partire dalla proverbialità di alcune espressioni e dalla loro acquisizione nel parlare comune e persino popolare. È una questione di cultura, non di istruzione.

Facciamo alcuni esempi, a partire proprio da quello appena citato. Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa esce postumo nel 1958 e suscita da subito un vasto interesse presso il pubblico dei lettori. Viene stampato da Giangiacomo Feltrinelli nella collana “Biblioteca di letteratura” (diretta da Giorgio Bassani) pochi mesi dopo la morte dello scrittore e in mezzo ad accese polemiche a mezzo stampa che accusano altri due editori (Einaudi e Mondadori) di non avere capito il capolavoro di Lampedusa e di averlo dunque rifiutato, privando l’autore della soddisfazione di vedere accolta la propria opera e impedendogli di godere dei frutti del suo successo.

Sei anni dopo, nel 1963, è la volta del film diretto da Luchino Visconti, con Burt Lancaster nel ruolo di Don Fabrizio Corbera, principe di Salina, e Alain Delon a interpretare il nipote Tancredi Falconeri, mentre Claudia Cardinale è la bellissima Angelica Sedara. La forza delle immagini di uno dei film più belli del secolo scorso si aggiunge al successo del romanzo di Lampedusa e fa entrare nell’uso abituale la parola gattopardo, che da una specie di felino (nel romanzo è il simbolo araldico del principe di Salina) viene ora a indicare, in senso figurato, «chi dà prova di gattopardismo», cioè di quell’«atteggiamento di chi in apparenza aderisce ai cambiamenti ma in realtà non vuole cambiare nulla di sostanziale e conservare i propri privilegi» (Zingarelli).

La prima attestazione scritta della parola con questo significato specifico risale al 1962, mentre è del 1958 quella dell’aggettivo corrispondente, gattopardesco. Entrambi indicano quello che in politica si usa definire trasformismo e che viene messo in atto da «chi, avendo fatto parte del ceto dominante o agiato in un precedente regime, si adatta a un nuova situazione politica, sociale o economica, simulando d’esserne promotore o fautore, per poter conservare il proprio potere e i privilegi della propria classe» (Treccani, Vocabolario on line). È la sintesi del pensiero di uno dei personaggi del romanzo, Tancredi, il quale, in riferimento al suo ingresso in politica tra le file dei parlamentari del neonato Regno d’Italia, pronuncia la frase «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi» di fronte allo zio, perplesso per la sua adesione ai moti garibaldini del 1860-61.

Proseguiamo su questa strada e rimaniamo ancora nel campo dell’antonomasia. È noto che si tratta di un traslato che «consiste nell’attribuire a una persona, come nome comune, il nome proprio di un personaggio che possedette le stesse qualità in modo eminente», ed è l’inverso del traslato (d’uso più frequente) per cui si è soliti «indicare una persona o una cosa, anziché col suo proprio nome, con uno più generico e comune, con una locuzione che ne indichi una qualità caratteristica, o con l’appellativo derivato dal luogo di nascita» (Treccani, Vocabolario on line).

Attestato con questo significato dal 1838, perpetua è la «domestica di un sacerdote» e, per estensione, una «donna di servizio anziana e ciarliera» (Zingarelli). Nessuna sorpresa che il personaggio celato dietro questa maschera sia la Perpetua manzoniana, la quale nei Promessi sposi è per don Abbondio una «serva affezionata e fedele, che sapeva ubbidire e comandare, secondo l’occasione» (capitolo I). Fedele anche come interprete del buon senso popolare – quello che nelle tragedie greche classiche, per intenderci, è rappresentato dal coro – tanto da entrare nel parlare comune persino con la locuzione i pareri di Perpetua, a indicare consigli semplici ma dotati di saggezza.

Nel capitolo XXVI dei Promessi sposi troviamo infatti don Abbondio alle prese con i consigli della sua domestica, che gli aveva suggerito invano di riferire al cardinale Federigo Borromeo le intimidazioni ricevute dai bravi di don Rodrigo per non celebrare il matrimonio tra Renzo e Lucia. Quando il Borromeo viene a conoscenza del silenzio del prete di fronte ai soprusi del signorotto, ecco il rimprovero ed ecco don Abbondio esclamare stizzito: «i pareri di Perpetua!», che sono poi quelli migliori e dovrebbero essere seguiti.

I Promessi sposi sono forse uno dei più vasti serbatoi di espressioni proverbiali. Merito di Manzoni, che ha davvero saputo creare un libro per tutti – per dirla con il titolo di un fortunato saggio di Vittorio Spinazzola del 1983 –, ma anche dell’inserimento del romanzo (con vicende alterne) nei programmi ministeriali per le scuole superiori a partire dal 1870, due anni dopo la stesura, da parte dello stesso Manzoni, della relazione Dell’Unità della lingua e dei mezzi di diffonderla. Anche quando a diffondersi sono usi sintattici non propriamente corretti secondo le regole del fiorentino, come è il caso dell’interrogativa diretta introdotta da cosa, adoperata da Manzoni (forse su un modello dialettale lombardo) in luogo di che cosa.

Da oltre un secolo i venticinque lettori di Manzoni, il sugo di tutta la storia di Renzo e Lucia, ma anche l’incipit del primo capitolo con quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno sono un patrimonio comune, radicato nella memoria di ogni lettore, come anche il nome (lombardo quanti altri mai) del Resegone; che si chiami in realtà Monte Serrada è irrilevante per i più. Con I Promessi sposi si potrebbe andare avanti per pagine e pagine a scovare espressioni o personaggi diventati proverbiali.

Oltre a Perpetua, lo stesso don Abbondio è diventato per antonomasia l’incarnazione di un uomo pavido e codardo, che evita difficoltà e pericoli per aver salva la propria pelle, sentendosi «come un vaso di terra cotta, costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro» (capitolo I). Ognuno si può facilmente accorgere di come proprio quest’espressione sia entrata nel nostro vocabolario nella variante semplificata «un vaso di coccio tra vasi di ferro».

E che dire di Azzeccagarbugli? L’avvocato di Lecco, che dovrebbe aiutare Renzo e Lucia, finisce invece per rendere ancora più ambigua la loro situazione, ingarbuglia i nodi, anziché scioglierli. È l’azzeccagarbugli, «leguleio da strapazzo» (Zingarelli), attestato in quest’uso dal 1848. Ma è anche «quel signor dottor delle cause perse», come lo definisce Renzo parlando con fra Cristoforo nel capitolo V. Chi non riconosce in questa espressione la nostra avvocato delle cause perse?

Su Azzecagarbugli si potrebbe aprire anche un altro discorso, che ci porta dritti a Machiavelli: «Voi sapete che i mercatanti vogliono fare le cose loro chiare e non azzeccagarbugli», leggiamo nelle sue Legazioni, cioè non in un’opera letteraria, ma nei documenti che il cancelliere fiorentino scriveva per la propria attività politica. Autore molto letto anche Machiavelli, un tempo più di ora e sicuramente letto da Manzoni. Al giorno d’oggi è forse più citato che letto, al punto che la frase più famosa a lui attribuita (il fine giustifica i mezzi), Machiavelli non l’ha mai scritta.

Quello che invece possiamo leggere nel capitolo XVIII del Principe è quanto segue: «Nelle azioni di tutti gli uomini, e massime de’ principi, dove non è iudizio a chi reclamare, si guarda al fine. Facci adunque uno principe di vincere e mantenere lo stato: e’ mezzi sempre fieno iudicati onorevoli e da ciascuno saranno laudati; perché el vulgo ne va preso con quello che pare e con lo evento della cosa». Il fine non giustifica forse i mezzi, però è vero che i potenti e in particolare i reggenti di principati (di cui parla Machiavelli nel suo trattato) devono sottomettersi al tribunale del giudizio popolare, non a quello della Giustizia né a quello della Storia. Se avranno conservato il loro dominio territoriale e politico, saranno considerati positivamente dai loro sudditi; non altrettanto se l’avranno perso.

Manzoni però, come dicevamo, ha letto Machiavelli, lo cita alla lettera e lo consegna alla proverbialità. Qualcosa del genere accade anche a Dante: «galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse», dice Francesca in Inferno V, 137 riferendosi all’amore che la travolse insieme al cognato Paolo mentre leggevano un romanzo cortese. La leggenda di Galehault – che nelle chansons de geste del ciclo bretone fa da intermediario per la relazione adulterina tra la regina Ginevra e il primo cavaliere Lancillotto – entra nella Commedia dantesca come antonomasia: non è il personaggio a essere chiamato in causa, ma la sua funzione all’interno dell’epica bretone.

Così quando Boccaccio, meno di cinquant’anni dopo la diffusione dell’Inferno, apre il proemio del suo Decameron dichiarando «Comincia il libro chiamato Decameron, cognominato Prencipe Galeotto, nel quale si contengono cento novelle in dieci dì dette da sette donne e da tre giovani uomini» non solo consacra nell’uso il significato attribuitogli da Dante, ma ci conferma che in un brevissimo spazio di tempo era già diventato proverbiale. Il soprannome di Prencipe Galeotto che Boccaccio attribuisce alla propria opera va a collocare in modo inequivocabile il Decameron nell’ambito del racconto cortese e della letteratura d’intrattenimento (come emerge anche dal proemio stesso) e contribuisce a fissare nel nostro patrimonio lessicale l’espressione.

Non che ci fosse bisogno di un intermediario o, meglio, di un galeotto perché noi fissassimo nella memoria il dettato dantesco. La Commedia, come I Promessi sposi, è un’opera che ha prestato al vocabolario e persino all’immaginario un’infinità di locuzioni. Ci sono versi o terzine che entrano quotidianamente nelle nostre vite, anche in senso ironico: dal giudizio di mediocrità senza lode e senza infamia (proviene dalla definizione dei pusillanimi, o ignavi, «che visser sanza ’nfamia e sanza lodo» in Inferno III, 36) al non ti crucciare, che fa subito correre la mente a quel Caron dimonio rimasto interdetto di fronte all’imperativo di lasciar passare un uomo vivo nel regno delle anime morte. «Vuolsi così colà dove si puote / ciò che si vuole, e più non dimandare», talvolta più abbreviato in vuolsi così, è una sorta di formula magica che anche noi – come il Virgilio dantesco – pronunciamo, spesso ridendo.

Staremmo freschi se non esistesse Dante! Se volessimo usare, in luogo di questa, un’espressione percepita come meno popolare, forse dovremmo dire che saremmo tra la schiera peggiore dei dannati. Ma perché non mantenere questa dizione? Del resto deriva da Dante stesso e dai traditori di Inferno XXXI, 117 immersi «là dove i peccatori stanno freschi», nel lago ghiacciato del Cocito. Peggio di così non ci poteva andare. O forse, in questo caso, dovremmo dire meglio di così: la sorte dei dannati, per questa volta, non ci tange (Inferno II, 92).

 

 

La fotografia in copertina è tratta da una scena del film di Luchino Visconti, Il Gattopardo, girato nel 1963 (© Alamy/The History Collection).

Cavalli Silvia
Curatore del blog Letteratura.it