Leggere i testi
25 Marzo 2019

Piccola biblioteca del ’900

La letteratura italiana tra modelli classici e testi contemporanei
Cavalli Silvia, Langella Giuseppe

Sono molti gli insegnanti che lamentano la mancanza di tempo per affrontare il Novecento letterario nell’ultimo anno di scuola superiore. I programmi ministeriali sempre troppo fitti, i ritardi inevitabilmente accumulati nel corso del triennio, gli esami di maturità che incombono: gli autori del secolo scorso rimangono schiacciati tra le interrogazioni consuete e le simulazioni delle prove finali.

Ecco perché, per rispondere a un’esigenza avvertita da più parti, abbiamo pensato di inserire una nuova rubrica all’interno di Amor mi mosse, edizione aggiornata di Letteratura.it, il fortunato manuale d’autore scritto da Giuseppe Langella, Pierantonio Frare, Paolo Gresti e Uberto Motta.

Le schede, distribuite nei vari tomi a latere di argomenti e testi dalle origini fino all’Ottocento, vogliono essere un invito alla lettura integrale di alcune opere canoniche della letteratura italiana contemporanea e presentano all’attenzione degli studenti (e dei loro insegnanti) poco meno di una ventina di brani in totale. Le proposte, articolate lungo l’intero triennio, vanno a comporre, alla fine, una “Piccola biblioteca del ’900”.

Per evitare che queste letture lascino il tempo che trovano e che non siano integrate all’interno del percorso di studio, le proposte vengono agganciate via via ad autori o testi di riferimento, con cui instaurano un rapporto per analogia, per continuità, per discendenza o per contrasto. Abbiamo così stabilito delle correlazioni e dei legami che operano su più livelli:

  1. a livello genetico, come accade all’Ulisse dantesco ripreso da Primo Levi nel capitolo “Il canto di Ulisse” in Se questo è un uomo;
  2. a livello tematico, come nell’esempio del ruolo della fortuna o del caso in Machiavelli e in Pirandello;
  3. a livello tipologico, come nella figura del self-made man che vediamo agire in Verga e Mastronardi, due autori non così distanti tra loro;
  4. a livello strutturale, come la digressione baroccamente enciclopedica che prende spazio tra Marino e Gadda;
  5. a livello di genere letterario, come può essere il caso del romanzo storico tra Manzoni e Elsa Morante.

Benché si sia scelto in prevalenza di adottare testi narrativi per le proposte della “Piccola biblioteca del ’900”, non mancano anche alcuni libri poetici: Ungaretti, per esempio, o Giudici e, in parte, anche la Morante abbinata a Leopardi. In ogni caso, la rubrica sottolinea sempre come il testo moderno non assuma mai in maniera passiva e pedissequa i suoi modelli e, anzi, si ponga spesso in maniera dialettica nei confronti degli antecedenti, scartando, spostando, persino deviando dal termine di paragone.

Ne esce una rubrica mossa, variegata e in dialogo continuo tra autori, testi e opere. Ne diamo qui lo specchietto generale (con gli abbinamenti che sono stati pensati per rendere più agevole la lettura del Novecento letterario), seguito dalla scheda dedicata a La Storia di Elsa Morante, letta nella prospettiva del romanzo storico di stampo manzoniano.

 

Amor mi mosse, vol. 1:

  • Umberto Eco, Il nome della rosa (1980) / scenari culturali del Medioevo
  • Primo Levi, Se questo è un uomo (1947) / Dante, Inferno XXVI (canto di Ulisse)
  • Giovanni Giudici, Salutz (1986) / Petrarca, Secretum (tema dell’accidia)
  • Goffredo Parise, Sillabari (1984) / Boccaccio, Decameron (analogia tra la peste e gli “anni di piombo”, entrambe circostanze in cui è necessaria una rifondazione dei valori umani)

Amor mi mosse, vol. 2:

  • Luigi Pirandello, Il fu Mattia Pascal (1904) / Machiavelli, Il Principe (analogia tra la fortuna nel trattato di Machiavelli e la vincita alla roulette fatta da Mattia Pascal)
  • Beppe Fenoglio, Una questione privata (1963) / Ariosto, Orlando Furioso (follia amorosa e inseguimenti cavallereschi)
  • Italo Calvino, Il cavaliere inesistente (1959) / Tasso, Gerusalemme Liberata (riscrittura moderna del genere epico)

Amor mi mosse, vol. 3:

  • Carlo Emilio Gadda, Quer pasticciaccio brutto de via Merulana (1957) / Marino, Adone (barocco, digressioni, descrizione enciclopedica)
  • Primo Levi, Il sistema periodico (1975) / Galilei, Dialogo dei massimi sistemi (metodo scientifico, libro della natura, studio della materia)
  • Italo Svevo, Senilità (1898) / Goldoni, La locandiera (la scaltrezza della donna ingannatrice)
  • Alberto Moravia, La noia (1960) / Parini, Il giorno (gli ozi del giovin signore)

Amor mi mosse, vol. 4:

  • Giuseppe Ungaretti, Allegria di naufragi (1919) / Foscolo, Ultime lettere di Jacopo Ortis (tema della patria e del suicidio, con riferimento a In memoria di Ungaretti)
  • Elsa Morante, La Storia (1974) / Manzoni, I promessi sposi (il genere letterario del romanzo storico)

Amor mi mosse, vol. 5:

  • Elsa Morante, Il mondo salvato dai ragazzini (1968) / Leopardi (tema della felicità e dell’infelicità)

Amor mi mosse, vol. 6:

  • Lucio Mastronardi, Il calzolaio di Vigevano (1959) / Verga, Mastro-don Gesualdo (il personaggio del self-made man)
  • Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo (1958) / De Roberto, I Viceré (i romanzi antistorici)
  • Federigo Tozzi, Il podere (1918) / Pascoli, Poemetti (il mondo contadino)

 

Un esempio dalla “Piccola biblioteca del ’900”: Elsa Morante, La Storia. Romanzo

 

Elsa Morante (Roma 1912-1985) è stata forse la più grande scrittrice italiana del Novecento. La Storia, pubblicata da Einaudi nel 1974, fu un autentico bestseller, rimasto per parecchie settimane in testa alle classifiche dei libri più venduti. Smentendo clamorosamente i tanti critici che andavano predicando, da tempo, la morte del romanzo, la Morante ha dimostrato che esso, invece, era vivo e vegeto e che i lettori erano sempre avidi di storie. Quella inventata dalla scrittrice era poi così appassionante, che Luigi Comencini volle trarne un film, nel 1986, per la televisione e per le sale cinematografiche, con una struggente Claudia Cardinale nella parte della protagonista.

La Storia si rifà al modello manzoniano dei Promessi sposi, calando la vicenda in una cornice storica rigorosamente ricostruita, di modo che fatti e personaggi, pur inventati, acquistano l’evidenza e la veridicità dei documenti umani. Inoltre, come in Manzoni, l’attenzione narrativa cade sugli “umili”, sulle vittime della Storia, i tanti innocenti che patiscono sulla propria pelle le drammatiche conseguenze delle ambizioni, della cupidigia e dei capricci dei potenti. La Storia, infatti, come si leggeva sulla copertina della prima edizione del romanzo, appare alla Morante «uno scandalo che dura da diecimila anni», dove si muore e si soffre, si subisce violenza o si viene perseguitati, senza una ragione. Sta qui, semmai, la differenza principale rispetto a Manzoni: in una visione tragica che non sa aprirsi alla speranza, perché per i martiri della malvagità umana non c’è redenzione possibile, ma solo un accumulo di ferite immedicabili. E come ogni tragedia che si rispetti, le forti emozioni che suscita la lettura di questo romanzo si riconducono ai due grandi sentimenti catartici della pietà e dell’orrore.

La vicenda è ambientata a Roma durante la seconda guerra mondiale e nell’immediato dopoguerra, tra macerie, sfollati, carestia, rastrellamenti, deportazioni, resistenza, contrabbando, disoccupazione e scontri sociali. Protagonisti sono una maestrina trentasettenne, Ida Ramundo, ebrea per parte di madre, violentata e messa in cinta da un soldato tedesco ubriaco, e il piccolo Useppe, nato dallo stupro, stupendo bambino minato dall’epilessia.

Il brano seguente si riferisce alla deportazione nel campo di sterminio di Auschwitz di più di mille ebrei rastrellati nel ghetto di Roma all’alba del 16 ottobre 1943. Ida con in braccio Useppe ascolta il coro disordinato delle voci supplichevoli, angosciate o deliranti delle persone rinchiuse da due giorni in un lungo convoglio di carri bestiame fermo allo scalo merci della stazione Tiburtina. La tragedia diventa spaventosamente corale. Davanti a questo spettacolo disumano i due testimoni restano agghiacciati e muti, perché non ci sono parole per dire lo strazio e l’orrore.

 

A forse una diecina di passi dall’entrata, si incominciò a udire a qualche distanza un orrendo brusio, che non si capiva, in quel momento, da dove precisamente venisse (1). Quella zona della stazione appariva, attualmente, deserta e oziosa. Non c’era movimento di treni, né traffico di merci; e le sole presenze che si scorgessero erano, di là dal limite dello scalo, distanti entro la zona della ferrovia principale (2), due o tre inservienti del personale ordinario, dall’apparenza tranquilla.

Verso la carreggiata obliqua di accesso ai binari, il suono aumentò di volume. Non era, come Ida s’era già indotta a credere, il grido degli animali ammucchiati nei trasporti (3), che a volte s’udiva echeggiare in questa zona. Era un vocio di folla umana, proveniente, pareva, dal fondo delle rampe, e Ida andò dietro a quel segnale, per quanto nessun assembramento di folla fosse visibile fra le rotaie di smistamento e di manovra che s’incrociavano sulla massicciata intorno a lei. […]

L’invisibile vocio si andava avvicinando e cresceva, anche se, in qualche modo, suonava inaccessibile quasi venisse da un luogo isolato e contaminato. Richiamava insieme certi clamori degli asili, dei lazzaretti e dei reclusorii: però tutti rimescolati alla rinfusa, come frantumi buttati dentro la stessa macchina. In fondo alla rampa, su un binario morto rettilineo, stazionava un treno che pareva, a Ida, di lunghezza sterminata. Il vocio veniva di là dentro.

Erano forse una ventina di vagoni bestiame, alcuni spalancati e vuoti, altri sprangati con lunghe barre di ferro ai portelli esterni. Secondo il modello comune di quei trasporti, i carri non avevano nessuna finestra, se non una minuscola apertura a grata posta in alto. A qualcuna di quelle grate, si scorgevano due mani aggrappate o un paio d’occhi fissi. […]

L’interno dei carri, scottati dal sole ancora estivo, rintronava sempre di quel vocio incessante. Nel suo disordine, s’accalcavano dei vagiti, degli alterchi, delle salmodie da processione, dei parlottii senza senso, delle voci senili che chiamavano la madre; delle altre che conversavano appartate, quasi cerimoniose, e delle altre che perfino ridacchiavano. E a tratti su tutto questo si levavano dei gridi sterili, agghiaccianti; oppure altri, di una fisicità bestiale, esclamanti parole elementari come «bere!» «aria!» Da uno dei vagoni estremi, sorpassando tutte le altre voci, una donna giovane rompeva a tratti in certe urla convulse e laceranti, tipiche delle doglie del parto (4). […]

Il bambino stava tranquillo, rannicchiato sul suo braccio, col fianco sinistro contro il suo petto; ma teneva la testa girata a guardare il treno. In realtà, non s’era più mosso da quella posizione fino dal primo istante. E nello sporgersi a scrutarlo, lei lo vide che seguitava a fissare il treno con la faccina immobile, la bocca semiaperta, e gli occhi spalancati in uno sguardo indescrivibile di orrore.

 

[E. Morante, Opere, a cura di C. Cecchi e C. Garboli, Arnoldo Mondadori, Milano 1990, t. II, pp. 540-542, 544.]

 

(1) orrendo brusio… venisse: è il primo confuso avvertimento della vicinanza di una folla umana ancora invisibile. La percezione si farà a poco a poco più chiara.

(2) di là… principale: ovvero nell’area passeggeri, mentre qui siamo allo scalo merci. Gli ebrei deportati sono trattati, quindi, non come esseri umani ma come cose.

(3) il grido… trasporti: altro declassamento: persone trattate alla stregua di animali.

(4) una donna… parto: in quell’orribile, affollata, promiscuità una donna sta dando alla luce un figlio.

Cavalli Silvia
Curatore del blog Letteratura.it
Langella Giuseppe
Professore ordinario di Letteratura italiana moderna e contemporanea presso l'Università Cattolica di Milano. Co-autore dei manuali "Letteratura.it" e "Amor mi mosse".