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09 Settembre 2019

Oh gran bontà de’ cavallieri antiqui!

Le donne e la distopia cavalleresca
Savio Davide

Se ci chiedessero il motto più celebre di tutto l’Orlando furioso, probabilmente bisognerebbe indicare l’esclamazione cui il poeta si lascia andare nel canto I, dopo l’interruzione della «crudel battaglia» tra Rinaldo e Ferraù: «Oh gran bontà de’ cavallieri antiqui!». Un verso intrigante, subito passato in proverbio (serio o scherzoso), che mescola la nostalgia per un’utopia perduta e il sollievo di rivederla incarnata nel presente, almeno per un momento. Ma quale episodio, nel poema, ha suscitato l’ammirazione di Ariosto? È successo che Angelica, oggetto del contendere, come suo solito si è involata, mentre due paladini si scornano per conquistarla. Dopo un lungo e inconcludente combattimento in riva a un rivo, Rinaldo si rivolge al «cavallier di Spagna» e gli propone un accordo: che guadagno abbiamo a rimanere qui, mentre la donna che desideriamo fugge? Perché non sospendiamo un attimo le ostilità, ci mettiamo al suo inseguimento, e solo dopo averla ricondotta «in potestate» riprendiamo a confrontare con la spada il nostro valore? Al pagano, come scrive Ariosto, «la proposta non dispiacque», così i due guerrieri sanciscono la tregua e di comune accordo stabiliscono di mettersi all’inseguimento della loro bella. Ma come? Angelica se n’è andata in sella a Baiardo, il cavallo di Rinaldo, che ora si ritrova appiedato. Con gesto generoso («Oh gran bontà de’ cavallieri antiqui!»), Ferraù lo carica sul proprio destriero e insieme partono «per selve oscure e calli obliqui», di bell’accordo, sulle orme all’amata.

 

L’esclamazione viene generalmente usata per manifestare apprezzamento davanti a un gesto generoso, liberale o, appunto, cavalleresco. Ariosto, però, la intendeva in un senso scopertamente canzonatorio, come aveva capito benissimo già Pirandello, che nel saggio sull’Umorismo (1908), parlando dell’ironia comica nella poesia cavalleresca, spiega come i due cavalieri del Furioso «non dimostrino ombra di cavalleria»:

 

Per intenderlo, bisogna pensare a che cosa avrebbe potuto rispondere Ferraù alla proposta di Rinaldo di smettere il duello: «Io non combatto per una preda, io combatto per difendere una donna che m’invoca ajuto; e se io son riuscito a difenderla, non ho combattuto invano». Un buon cavaliere antico, veramente nobile, avrebbe risposto così. Ma tanto Rinaldo quanto Ferraù non vedono in Angelica che una preda da appropriarsi, e poiché questa è uscita lor di mano, s’ajutano entrambi a rintracciarla con un criterio molto positivo e pochissimo cavalleresco. Quella esclamazione dunque «oh gran bontà dei cavalieri antiqui!» è veramente ironica e suona irrisione. Tanto è vero, che poco dopo, nel canto II, ripetendosi la medesima situazione del duello interrotto per la stessa ragione, Rinaldo lascia Sacripante a piedi.

 

Insomma: la cavalleria è un servizio alle donne, ai deboli e ai bisognosi, non un esercizio predatorio, uno strumento di prepotenza per togliersi un capriccio. In effetti, nel capolavoro di Ariosto, difficilmente si assiste a imprese di vera cavalleria, sul modello morale della courtoisie elaborata all’interno delle chanson de geste, a partire dall’esempio illustre della Chanson de Roland. Molto più spesso, nell’Orlando furioso emerge il fondo violento, prevaricatore e ipocrita delle azioni compiute dai cavalieri; e bisogna aggiungere: dai cavalieri di entrambi gli schieramenti, perché i paladini cristiani sono preda delle passioni tanto quanto i musulmani, e se è solo Orlando a impazzire per amore, non si può dire che gli altri campioni dell’esercito di Carlo Magno, il più delle volte, si comportino in maniera troppo lusinghiera. Il motore di tutto è lei: Angelica, la principessa venuta dal Catai per portare discordia, confusione e gelosia nel campo cristiano. La portata catastrofica della sua irruzione in Francia è tale che Italo Calvino, raccontando l’Orlando furioso al pubblico della radio, nel 1968, osserverà: «In mezzo a questo folle carosello, chi è l’unico ad agire sensatamente, in base a un piano meditato? Un cavallo», ossia appunto Baiardo. Infatti, spiega Calvino, «per servire il suo padrone innamorato, Baiardo s’era messo di sua iniziativa sulle tracce d’Angelica, di modo che Rinaldo, correndo dietro al destriero, avrebbe trovato la sua bella». In un poema dove l’amore si manifesta tra gli uomini in forme degenerate, l’esempio più coerente di lealtà (verso Rinaldo) e di affetto (verso Angelica) è fornito da un animale, che infatti la principessa considera «una presenza familiare ed amica».

 

È distopico il microcosmo del Furioso, oppure è l’ideale cavalleresco nel suo complesso ad essersi rivelato in tutta la complessità delle sue contraddizioni? O ancora, sono gli scrittori moderni a non poterne tollerare gli ideali, sentendoli anche solo inconsciamente come costruzioni fittizie, di cartapesta? Una risposta può venire dalle due riletture radiofoniche che della Gerusalemme liberata, poema ben più austero del Furioso, hanno dato due intellettuali del terzo Novecento, i poeti Alfredo Giuliani (1970) e Franco Fortini (1994). Entrambi, in particolare, spendono parole estremamente negative intorno all’episodio dell’abbandono di Armida da parte di Rinaldo, dopo la sua liberazione dal giardino incantato delle Isole Fortunate, e soprattutto sul discorso con cui il paladino si congeda:

 

Né serva tu, né tu nemica sei.

Errasti, è vero, e trapassasti i modi,
Ora gli amori esercitando, or gli odj.

 

Ma che? son colpe umane, e colpe usate.
Scuso la natia legge, il sesso, e gli anni.
Anch’io parte fallii: se a me pietate
Negar non vuò, non fia ch’io te condanni.
Fra le care memorie ed onorate
Mi sarai nelle gioje, e negli affanni:
Sarò tuo cavalier, quanto concede
La guerra d’Asia, e con l’onor la fede. [...]

 

Rimanti in pace; i’ vado: a te non lice
Meco venir; chi mi conduce il vieta.
Rimanti, o va per altra via felice,
E come saggia i tuoi consigli acqueta (XVI, 54-56).

 

Così commenta Giuliani:

 

Non c’è cosa più sferzante, per l’amante rifiutato, che l’essere trattato dal proprio idolo con fredda cortesia e compassionevole condiscendenza. Rinaldo disse gentilmente: – Non ti voglio né serva, né nemica, – e Armida udì soltanto quel crudele «non ti voglio». Rinaldo aggiunse: – Ti perdono, e del resto anch’io sono colpevole. Mi ricorderò di te, ma dimentichiamo l’episodio, – e Armida pensò: «Ipocrita!». E Rinaldo concluse: – Per quanto mi concedono guerra, fede e onore, sarò tuo cavaliere. Sii felice. Addio. – E Armida si sentì ritorcere d’angoscia: – Voglio che tu soffra quanto io ti amo, – pregò un attimo prima di svenire.

 

Armida è una maliarda, certo; ed è un’ingannatrice, una traditrice, una nemica della fede. Ma è anche una donna innamorata. Ed è a lei che vanno le simpatie di Giuliani: messo al fianco di una passione tanto ardente, Rinaldo si dimostra un personaggio bidimensionale, gelido, persino «ipocrita», perché il suo ideale cavalleresco, astratto, non ha modo di funzionare se viene calato in una dimensione reale. Così, ancora nelle ultime ottave del poema, quando i due personaggi si ritrovano, Rinaldo sì finisce per sciogliersi in pianto davanti allo spettacolo di Armida che vorrebbe togliersi la vita, ma nelle sue parole «si conforma a un’immagine un po’ misera e ambiguamente calcolata di cavaliere generoso e bigotto», da cui la domanda: «è forse turbato e vuole guadagnare tempo o è soltanto un eroe filisteo?»

 

Armida, il cor turbato omai tranquilla:
Non agli scherni, al regno io ti riservo,
Nemico no; ma tuo campione e servo.

 

Mira negli occhj miei, s’al dir non vuoi
Fede prestar, della mia fede il zelo.
Nel soglio, ove regnar gli avoli tuoi,
Riporti giuro; ed oh piacesse al Cielo,
Ch’alla tua mente alcun de’ raggj suoi
Del paganesmo dissolvesse il velo:
Com’io farei che in Oriente alcuna
Non t’agguagliasse di regal fortuna (XX, 134-135).

 

Non meno tenero nei confronti di Rinaldo è Franco Fortini. Ai suoi occhi, Tasso è «costretto ad esaltarlo anche eccessivamente», dal momento che «la sua scelta cortigiana ne ha fatto nientemeno che il capostipite della casa d’Este», ma il fatto è che «la sua identità tutta esteriore, tutta affidata ai gesti, alle violenze atletiche e alle soperchierie militaresche, la sua capacità di farsi intontire dalla seduzione femminile, il maschilismo ipocrita, il suo sentimento religioso che è, o spesso sembra, sentimentalismo da presepe», lasciano intuire come Tasso si identifichi piuttosto nella figura di Tancredi. Ancora più sferzante è il commento al canto XVI, quello del già citato discorso ad Armida sulle Isole Fortunate:

 

La risposta di Rinaldo è un capolavoro di maschilistica ipocrisia, che trova modo di rimproverare la donna che sta abbandonando ignobilmente: «Errasti, è vero… // ma che? Son colpe umane e colpe usate: / scuso la natia legge, il sesso e gli anni». Ossia: sei una saracena, dunque un’immorale; sei una donna, quindi di incontrollati costumi; sei giovane, quindi incapace di intendere. «Anch’io parte fallii…»: anch’io ho sbagliato ma solo in parte; tu hai sbagliato del tutto; ti ricorderò, stai tranquilla. Prima di tutto vengono per me la fede cristiana, l’onore e la guerra in corso. Dopo potrò anche occuparmi di te. Le nostre sono state vergogne, opere ignobili, non ne parliamo più. Arrangiati, trovati un altro («…va per altra via felice»). Passeranno secoli perché in lingua italiana si dia in teatro una così perfetta figura d’ipocrita.

 

Sarà stata la reale intenzione di Tasso, dipingere un ritratto così negativo del suo eroe – quello che, come ricorda lo stesso Fortini, è destinato a fornire la chiave genealogica per la giustificazione dell’intero poema? O non si tratta piuttosto di un’idiosincrasia di noi contemporanei, impegnati a ridiscutere da cima a fondo i paradigmi sociali del passato? Sta di fatto che oggi le due donne più apprezzate, nel Furioso e nella Liberata, sono Angelica e Clorinda: rispettivamente, una donna che si innamora di un umile fante, l’unico estraneo al gioco spaccone della cavalleria, e una donna che muore vergine, infilzata dal cavaliere che se ne era innamorato (come, per altri versi, l’Isabella di Ariosto, fattasi decapitare con uno stratagemma dal brutale Rodomonte). E tra gli uomini, quale figura rimane, a chi si può guardare con simpatia? Forse a Orlando, che lontano da ogni ipocrisia diventa letteralmente pazzo per amore; oppure, con Calvino, si potrebbe indicare Astolfo, un folletto che combatte con la sola magia, che si muove leggero per il mondo a cavallo dell’Ippogrifo e che, in anticipo sugli astronauti, arriva a mettere piede per primo sulla luna. Caratteristiche, tutte, in antitesi con gli schemi guerrieri e centripeti della cavalleria, ma infinitamente più moderne.

Savio Davide
Curatore del blog Letteratura.it