Esperienze didattiche
11 Aprile 2016

Marco Balzano, «L’ultimo arrivato»

Cinque recensioni degli studenti dell’Istituto “Lunardi” di Brescia
d'Adamo Maurizio

Un libro per divertirsi, per passare il tempo, per immedesimarsi, per soffrire e per pensare. Nell’Ultimo arrivato di Marco Balzano la vita trabocca con sue contraddizioni, con i suoi drammi e le sue gioie. Non ci sono finali rassicuranti, soluzioni miracolose che possano redimere l’uomo dagli errori commessi. Consigliare una lettura è una grande responsabilità; significa offrire agli studenti del materiale vivo di studio che ognuno può interpretare a suo piacimento e assorbire in base alle proprie necessità e alla propria sensibilità. C’è chi tra le righe del libro scopre un racconto di emigrazione, chi un dramma personale, chi una storia di errori e redenzioni, chi una denuncia all’indifferenza che ci circonda. La vicenda umana assume colori diversi, si fa materia viva nella mente di chi legge. Ecco che ogni studente si manifesta nella sua complessità e impara a raccontare innanzitutto se stesso: qualcuno ama il protagonista, altri lo giudicano, qualcuno vede nella sua storia una lotta sociale, altri si commuovono per l’affetto familiare di un nonno per la nipote innocente.

Balzano, con la sua scrittura rapida e precisa, è riuscito a coinvolgere i giovani lettori trascinandoli in un mondo molto vicino alla loro esperienza, che è spesso caratterizzata dalla stessa difficoltà nell’accogliere l’ultimo arrivato, il diverso, il bisognoso. Di seguito mi piace segnalare alcuni dei commenti più significativi tra gli studenti che si sono accostati a questa lettura. I ragazzi frequentano il primo e il secondo anno dell’Istituto superiore “Astolfo Lunardi” di Brescia.

 

La forza di saper ritornare di Valentina Castrezzati

Una vita tra tante di Aurora Ienna

Il grande sogno di Angela Bellia

Immigrazione e progresso di Alessandro Fioletti

Una piacevole sorpresa di Elisa Ghidini

 

 

LA FORZA DI SAPER RITORNARE

 

«Balzano mostra come la letteratura sappia, e possa, parlare al mondo che ci circonda.»

                                                                                                         Marco Belpoliti, «l’Espresso»

 

Vorrei partire proprio da questa citazione presente in quarta di copertina per discutere con voi di questo meraviglioso libro che, credete, rimarrà impresso nella mia memoria.

Quando il nostro professore di letteratura ci ha assegnato il compito di leggere questo romanzo, vincitore del premio Campiello 2015, non ero consapevole di quanto bello e di ispirazione fosse e di quanti insegnamenti di vita potessi trovare: mi aspettava da lì a poco di entrare in un’avventura straordinaria che ripercorre l’esperienza di un giovane ragazzo, proveniente da un piccolo paese siciliano, che, costretto da evidenti fattori esterni tra i quali il cattivo stato di salute della madre, la miseria e la costante sensazione di essere rinchiuso in gabbia, abbandona il caldo sole della Sicilia per quello distaccato e freddo della crescente città industriale di Milano.

Ma ne vale davvero la pena? È questa la domanda che si pone Ninetto, così si chiama il protagonista della nostra storia, durante il suo viaggio rocambolesco su un treno carico di speranze.      

Vale davvero la pena lasciare la sua terra, la sua famiglia e i suoi amici Peppino e Michelino, il maestro di italiano che tanto ama, per iniziare a lavorare?

Lasciare il piccolo paese di San Cono vuol dire abbandonare la scuola, la possibilità di farsi una cultura e, soprattutto, ogni speranza di cambiare le condizioni della Sicilia degli anni ’50. Ma d’altronde, non c’è altra scelta.

Questa è la storia di molti altri ragazzi come Ninetto, una storia comune, in cui molti adulti, nonni ormai, si possono ritrovare facilmente: lo stesso Marco Balzano, prima di scrivere questo libro, si è servito delle testimonianze di alcuni di loro, emigranti principalmente provenienti dal Mezzogiorno, residenti da oltre sessant’anni in città come Milano, Genova o Torino, città del triangolo industriale. Una storia comune, una storia di sacrifici, che scava le sue radici nella terra, nel sudore, nella fatica. Una storia che all’apparenza non ci coinvolge in prima persona, ma in realtà lo fa eccome: coloro che in passato hanno sofferto la fame sono i nostri avi e sono coloro che hanno contribuito a renderci ciò che siamo oggi, a gettare le pietre miliari del nostro paese. Questo romanzo non solo si rispecchia nella biografia di molti nostri antenati, ma si rivela anche una chiave di interpretazione dell’attualità, con l’unica differenza che questa volta non siamo noi  i diretti interessati: milioni e milioni di abitanti residenti nelle località più disagiate del pianeta sono costretti a emigrare, molto spesso in condizioni disumane. Da questo vortice di crudeltà non si salvano nemmeno i bambini: lasciano la scuola, alcuni nemmeno ci sono mai andati. Molti, come il nostro Ninetto, abbandonano direttamente il loro luogo di nascita insieme agli adulti del villaggio e si imbarcano verso l’Europa, con la speranza di ricominciare.

È proprio questo il motivo per cui ho deciso di iniziare questa recensione citando il commento di Marco Belpoliti in cui si sostiene che L’ultimo arrivato di Marco Balzano abbia saputo, tramite la forza delle parole e dei racconti degli emigranti, raccontare la realtà che ci circonda.

Io, d’altro canto, ho ritrovato molto della mia storia familiare in questo libro.

La mia famiglia, esclusivamente di origine contadina, affonda le sue radici tra le valli della Val Saviore, località che si trova nel cuore delle Alpi Retiche bresciane e del Parco Regionale dell’Adamello. Il piccolo paese si chiama Saviore dell’Adamello, terra di gente per bene e umile, verdi pascoli e buon cibo. Nei primi anni del Novecento il mio bisnonno e la sua famiglia decisero di trasferirsi in pianura e, radunati i buoi e i loro piccoli averi, partirono: senza alcun tipo di mezzo di trasporto e con qualche sacrificio, raggiunsero la meta. Spesso io, mia madre e mio fratello torniamo in quella terra dai modi gentili per non scordarci da dove siamo partiti.

Consiglio a tutti di leggere questo libro, perché apre davvero un sacco di porte di cui non immaginavo nemmeno lontanamente l’esistenza, si ribadisce quanto sia difficile una partenza, ma allo stesso tempo la bellezza del viaggio stesso e quanto sia importante a volte ritornare.

Ogni tanto, vale la pena ritrovare la propria forza: la forza di saper ritornare.

 

Valentina Castrezzati, studentessa al primo anno dell’Istituto “Lunardi” di Brescia

 

 

UNA VITA TRA TANTE

 

In Italia il fenomeno dell’emigrazione infantile risulta essere notevole tra il 1959 e il 1962.

Gli uomini che hanno vissuto personalmente questa esperienza, a quei tempi bambini, oggi hanno tra i sessanta e i settant’anni. Balzano è andato a sentire le loro storie, “senza né carta né penna”, lasciando che queste entrassero in lui. Ha poi deciso di concentrarsi su un particolare tipo di emigrazione, quella dei bambini. Come afferma Balzano, l’emigrazione in Italia non è un fenomeno raro, ma sempre presente e vicino a noi.

Mi è piaciuta particolarmente la scelta dell’autore di non narrare i fatti cronologicamente, bensì alternare il racconto della sua giovinezza a quello di un Ninetto ormai adulto, diventato nonno.

È bello sapere che Ninetto, nonostante le difficoltà e gli ostacoli, sia riuscito ad ambientarsi, a trovare lavoro e a crearsi una famiglia.

Dopo essere uscito di prigione Ninetto gira per le strade in bicicletta, proprio come ai primi tempi, quando era appena arrivato in quella che sarebbe stata la sua città per moltissimo tempo. Non ha mai avuto un solido rapporto con la figlia e desidera immensamente, forse più di ogni altra cosa, poter conoscere la sua nipotina Lisa, ma, essendo non in buoni rapporti con lei, questo gli risulta difficile.

Una delle mie parti preferite è quando Ninetto riesce finalmente ad incontrarla e la porta in giro, per raccontarle tutte le sue vicende di quand’era un ragazzino, proprio come desiderava fare da tempo.

Questo libro lo consiglierei a chiunque perché fa riflettere, parla dell’Italia e di chi ci vive ed inoltre lo stile di scrittura è leggero e scorrevole.

 

Aurora Ienna, studentessa al primo anno dell’Istituto “Lunardi” di Brescia

 

IL GRANDE SOGNO

 

A mio avviso L’ultimo arrivato è un libro molto toccante poiché i temi usati dall’autore, come l’immigrazione e il lavoro, sono problemi che tutt’oggi sono attualissimi e ci toccano personalmente. Tutta la vicenda è raccontata dalla prospettiva di un bambino di soli nove anni: Ninetto, detto Pelleossa. Egli ha dovuto abbandonare tutto: la sua bella Sicilia, la sua famiglia, i suoi amici, il suo professore Vincenzo, i suoi sogni per partire in una città lontana, Milano, un posto tutto nuovo e diverso da quello in cui aveva vissuto, un posto che inizialmente non lo fa sentire a proprio agio per trovare lavoro e avere un futuro migliore di quello che avrebbe potuto avere se fosse restato dov’era.

Quanti bambini in questo mondo sono costretti a lavorare già dai primi anni di età? Quante famiglie per lavoro sono costrette ad abbandonare tutto e trasferirsi in un luogo completamente differente dal loro?

Ninetto è un bambino che è cresciuto da solo grazie alle sue piccole conquiste e alle grandi scelte sbagliate, grazie a tutte le persone che ha incontrato, che lo hanno influenzato positivamente o negativamente, persone giovani come lui in cerca di fortuna senza il sostegno di nessuno lo hanno reso sempre più forte, benché siano stati molti gli errori da scontare a caro prezzo.

La storia è raccontata in prima persona, divisa in due fasi temporali amalgamate tra loro perfettamente: una racconta l’infanzia di Ninetto e, successivamente, il suo viaggio per Milano; l’altra lo raffigura ormai cinquantenne macchiato da un’immensa colpa quasi insanabile in cerca di lavoro, con il sogno di passare un pomeriggio insieme alla sua nipotina.

Molteplici dialoghi e il linguaggio, a volte dialettale, hanno fatto sì che il racconto diventasse scorrevole e realistico permettendo al lettore di sentirsi davvero parte della vicenda.

A mio avviso questo è un libro da leggere, consigliato a bambini e adulti per non dimenticare i sacrifici che si affrontavano nel nostro paese fino a pochi decenni fa e che tutt’oggi si affrontano in alcuni paesi del mondo. Si può provare a sognare insieme a Ninetto e accompagnarlo nella sua grande avventura per rendersi conto come è cambiata la nostra realtà da allora.

 

Angela Bellia, studentessa al secondo anno dell’Istituto “Lunardi” di Brescia

 

IMMIGRAZIONE E PROGRESSO

 

L’immigrazione degli anni ’50 non era compiuta esclusivamente da famiglie o da adulti che si muovevano in cerca di fortuna verso il triangolo industriale, ma anche da giovanissimi ragazzi che avrebbero preferito rimanere, «che preferivano il loro paese anche se era uno schifo e non quello dei balocchi».

Ninetto, il protagonista del libro, è un uomo siciliano che dalla prigione ripensa alla propria vicenda e inizia a raccontare a se stesso, la propria storia, di quando faceva a botte per il suo paese con gli altri ragazzini di San Cono, fino all’entrata nella fabbrica dell’Alfa Romeo. Questo libro non racconta solo la storia di un bambino, ma vuole mostrare anche la situazione in cui vivevano gli immigrati in anni così recenti: si ricordano le case-alveare dove tutti gli immigrati vivevano stretti e dormivano con soltanto un materasso. Nei sogni di quegli uomini ricorreva spesso l’idea di aprire un’azienda edile che, negli anni di boom economico, avrebbe segnato la fine della loro condizione precaria.

Balzano dà molto risalto ai pregiudizi che alcuni cittadini avevano nei confronti degli italiani del sud. Questo aspetto della società di quei tempi viene evidenziato dalla prima datrice di lavoro di Ninetto che gli chiede se fosse “come gli altri napulì”, ma per ogni persona maliziosa se ne trova un’atra comprensiva e disposta ad accettarlo, benché si continui a soprannominarlo nella medesima maniera.

Un’altra cosa che mi ha particolarmente colpito è il fatto che l’evoluzione tecnologica, culturale, “sociale” dell’uomo non ha posto termine al pregiudizio diffuso. Il pregiudizio permane sempre, quasi connaturato all’uomo, ma ciclicamente sposta il proprio soggetto. Nelle case-ghetto, dette alveari, prima c’erano gli italiani meridionali, i reietti dalla società degli anni ’50 e ’60, oggi ci sono gli “africani”. La società non cambia benché si lodi in molte occasioni il progresso.

L’ultimo arrivato è un libro che consiglierei a chiunque. Questo è uno di quei libri che cela tra le righe una vicenda, che può essere anche divertente, ma spesso racconta il dolore di un popolo che emigrava al nord in cerca di fortuna e di come, nonostante i cambiamenti di superficie siano profondi, la società non muti nella propria essenza.

Non a caso Ninetto, uscito di prigione e provato a cercar occupazione, si ritrova, ormai anziano, ad accettare il lavoro di fattorino come aveva fatto appena arrivato a Milano molti decenni prima.

 

Alessandro Fioletti, studente al primo anno dell’Istituto “Lunardi” di Brescia

  

UNA PIACEVOLE SORPRESA

 

Io non sono un’appassionata di libri, infatti già dal primo istante ero titubante e pensavo che sarebbe stato pesante leggerlo, eppure sono rimasta piacevolmente sorpresa. Mi è piaciuta ogni singola parte, ad iniziare dal racconto del protagonista ragazzino che faceva ciò che gli passava per la mente, fino ad arrivare alla vecchiaia segnata dal rimorso e della contemplazione. L’autore dimostra che non si smette mai di imparare e che, se si vuole veramente qualcosa, bisogna cercare di perseguirla con tutte le energie.

Una caratteristica significativa che ho apprezzato è stata la scelta del lessico, il quale spesso, soprattutto nei dialoghi del protagonista Ninetto, era marcatamente dialettale. La cosa che ho più preferito sono state, però, le riflessioni sulla famiglia, sul suo luogo d’origine e sulla sua vita. Ho ammirato come sono stati descritti i luoghi, le persone, le emozioni ed il modo in cui si dimostra come si può maturare attraverso l’esperienza; un’esperienza colma di sofferenza per aver lasciato il suo paese, per aver abbandonato la scuola e sua madre, ma anche ricca di soddisfazioni per la vita che aveva condotto autonomamente. Ninetto, tuttavia, è molto deluso da se stesso per ciò che ha fatto a causa del suo istinto impulsivo. Balzano descrive perfettamente come si sente Ninetto: inadeguato ed incompreso, estraneo rispetto al progresso e persino lontano dalla sua famiglia. «Anche io sono straniero. Reietto e squalificato a vita. Anch’io sento che le ragioni non esistono e quelle poche che si possono trovare le so spiegare solamente in una lingua che gli altri non intendono».

«A quelle parole ho sentito il cuore spostarsi nel petto, sgorgarsi da qualcosa che da troppi anni lo ostruiva e a cui non so dare un nome». Balzano conclude con queste parole il romanzo. In questa battuta viene sintetizzato il senso della vita di un uomo che alla fine riesce, attraverso un breve momento di estasi, a perdonare errori che anni di rimorsi non avevano saputo cancellare.

 

Ghidini Elisa, studentessa al primo anno dell’Istituto “Lunardi” di Brescia

d'Adamo Maurizio
Docente di materie letterarie presso l'I.I.S. "P. Levi" di Sarezzo (BS).