Leggere i testi
26 Marzo 2018

Ma di cosa parla questo libro?

Qualche riflessione per leggere tra le righe
Savio Davide

Di cosa tratta la Divina commedia? Di un viaggio, decisamente esotico e inconsueto. E la Gerusalemme liberata? Di un assedio. Di cosa parlano i Rerum vulgarium fragmenta? Di una storia d’amore proibita. E I promessi sposi? Pure! Il barone rampante? Di un ragazzo che sale sugli alberi, e non scende più. E Il fu Mattia Pascal? Di un uomo che scappa di casa, cerca di rifarsi una vita ma non ci riesce. E Il nome della rosa, che cos’è? Un giallo medievale, difficile e avvincente, costellato di delitti.

 

Tutto giusto? Tutto giusto. E tutto sbagliato. Sarà capitato a ognuno, conversando con gli amici o interrogando uno studente, di scoprire che un libro è stato letto a metà: solo da un lato, per così dire. In superficie. Oggi che tutto, dalla politica alla pubblicità, è concepito sotto il segno della narrazione, le persone si stanno abituando a fermarsi sulla soglia dei testi, cogliendone solo il dato più evidente: la storia, questo sospirato miraggio dell’arte, un po’ arazzo delle meraviglie e un po’ specchietto per le allodole. La gran parte dell’editoria, ormai, pubblica libri di storie: trame avvincenti, intrecci spediti e facili da seguire, che catturano l’attenzione del lettore fidelizzandolo a un ritmo, a un’aspettativa, a un tourbillon emotivo.

 

Si dirà: l’avventura è il sale del romanzo. Che, fin da quando nasce, rispecchia lo spirito d’iniziativa della nascente borghesia, mandando in pensione gli antichi cultori della forma, della maniera, della retorica che ripete all’infinito i moduli del passato. Verissimo. Ma il grande romanzo, fin da Sterne, Goethe e Manzoni, e ancora con Dostoevskij, Mann, Proust, Svevo, Gadda, è romanzo di idee e di potentissime visioni del mondo. Quelle che, sempre più spesso, passano in secondo piano agli occhi dello scrittore, prima ancora che del lettore, quando proprio non finiscono per scomparire. L’impressione, confermata dalle classifiche di vendita, mostra un trend molto preciso, che premia i libri di pure storie a scapito dei libri di idee: oggetti fuori moda, obsoleti, troppo difficili. Il primo sintomo del fenomeno si riscontra a livello stilistico: la lingua degli scrittori diventa omogenea, iper-quotidiana, senza alcuna connotazione di secondo livello.

 

Eppure la Divina commedia non è solo un viaggio nell’Aldilà: è un’allegoria complessa, molto complessa, e per questo molto affascinante, della società medievale e della condizione umana. La Gerusalemme liberata non è solo un assedio: è lo scontro, carico di contraddizioni, tra due mondi, quello di Cristianità e quello di Paganìa, rievocato al fuoco di un periodo storico in cui l’unità dell’Europa cristiana si spacca, e gli antichi ideali della cavalleria vengono innalzati per proteggere un sistema di valori che è prossimo al collasso. Potremmo continuare a lungo: I promessi sposi non sono una storia d’amore, dietro la quale anzi si dispongono infiniti livelli di lettura, in cui la riflessione metafisica e religiosa sui meccanismi che governano il mondo si sovrappone alla più straordinaria capacità di scandagliare le sfumature dell’animo e dei rapporti umani. Il barone rampante è la storia di un paradigma rovesciato, un tentativo di ridisegnare i rapporti tra intellettuali e popolo, mentre Il nome della rosa è quasi il contrario, l’ammissione di un fallimento degli intellettuali, ormai prigionieri di una biblioteca che li inghiotte, li paralizza e li corrompe. Lo studio della letteratura è lo sforzo che conduce il lettore a questi livelli, in profondità, verso il magma di senso che la arroventa: altrimenti è réclame pubblicitaria, consiglio per gli acquisti.

Savio Davide
Curatore del blog Letteratura.it