Leggere i testi
05 Marzo 2018

Leggere Galileo oggi

Dal «Dialogo dei Massimi Sistemi» alla «Vita di Galileo» di Brecht
Cavalli Silvia

Un Galileo a Milano di Massimo Bucciantini, uscito pochi mesi fa per Einaudi, è un libro estremamente interessante. Non solo perché racconta la vicenda della storica messa in scena della Vita di Galileo di Bertolt Brecht al Piccolo Teatro di Milano il 22 aprile 1963, ma perché invita a riflettere sul significato che la figura dello scienziato ha assunto nei secoli: da alfiere della nuova scienza (come autore del Sidereus Nuncius, del Saggiatore e del Dialogo dei Massimi Sistemi) a sovvertitore dell’ordine stabilito (condannato come eretico e costretto all’abiura), da intellettuale che difende la propria libertà di pensiero (non smetterà mai di professarsi copernicano) a traditore per quieto vivere (così l’interpretazione, forzata, di Brecht).

Certo Galileo è «il più grande scrittore della letteratura italiana di ogni secolo», secondo Italo Calvino, che in questi termini rispondeva ad Anna Maria Ortese con una lettera aperta pubblicata il 24 dicembre 1967 sul «Corriere della Sera». Non si può negare che la prosa di libri come Il Saggiatore (1623) o il Dialogo dei Massimi Sistemi (1632) sia semplice, limpida e precisa al tempo stesso. Come scrive ancora Calvino, «appena si mette a parlare della luna [Galileo] innalza la sua prosa ad un grado di precisione e di evidenza ed insieme di rarefazione lirica prodigiose».

Leggendo le pagine di Galileo oggi, forse questi aspetti passano inosservati. Eppure è evidente come, nella prosa scientifica dei suoi trattati, egli impieghi figure e modelli letterari che vengono usati per divulgare una nuova idea di scienza, falsificabile attraverso esperimenti, verificabile da chiunque si trovi nelle medesime condizioni di osservazione. Una scienza che deve essere divulgata in lingua italiana, lasciando da parte il latino accademico ed elitario. Una scienza, soprattutto, che si differenzia nettamente dalla letteratura per i suoi metodi d’indagine: fonti di conoscenza non sono più gli autori classici o i testi sacri, ma l’osservazione diretta dei fenomeni della natura:

La filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi a gli occhi (io dico l’universo), ma non si può intendere se prima non s’impara a intender la lingua, e conoscer i caratteri, ne’ quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi, ed altre figure geometriche, senza i quali mezi è impossibile a intenderne umanamente parola.

La metafora, famosissima, è tratta dal Saggiatore: il libro della natura è scritto in caratteri matematici; bisogna conoscerli per interpretare correttamente ciò che vediamo intorno a noi, allo stesso modo in cui, per leggere un testo, è necessario conoscere l’alfabeto e la lingua in cui si presenta.

Ma Galileo non è solo questo. È anche il simbolo della lotta contro l’ignoranza e la sopraffazione, della ragione che combatte contro l’oscurantismo. E lo è diventato con un’espressione che gli viene attribuita: «Eppur si muove», così si dice che abbia detto dopo essere stato processato dall’Inquisizione, nel 1633, per aver sostenuto nel Dialogo dei Massimi Sistemi la verità del sistema copernicano (eliocentrico) contro quello tolemaico (geocentrico). La frase è diventata l’emblema della forza della verità che resiste ai tentativi di soffocarla.

Perché allora abbiamo parlato, all’inizio, di tradimento per quieto vivere? Perché questo è il Galileo raccontato da Bertolt Brecht in Vita di Galileo. Ma per capire come il drammaturgo tedesco è arrivato a questa interpretazione, bisogna ripercorrere – insieme a Massimo Bucciantini – il viaggio del suo testo attraverso gli anni cruciali del Novecento.

Tra la prima ideazione maturata nella Germania nazista (da cui Brecht fugge nel 1933) alla rappresentazione milanese del 1963, il personaggio di Galileo si evolve: da esempio di autonomia di pensiero diventa l’incarnazione dell’immoralità degli scienziati che si sono tirati indietro di fronte alle responsabilità del proprio lavoro, non curandosi delle conseguenze delle loro scoperte. Galileo conosceva la verità, ma non ha combattuto per difenderla, ha preferito rinchiudersi nell’isolamento per continuare le proprie ricerche. L’accento di Brecht è posto sulla scelta etica. Ma perché questo cambiamento?

Sono gli anni Quaranta, il drammaturgo tedesco è in esilio negli Stati Uniti. Nel 1945 la bomba atomica viene fatta esplodere su Hiroshima, poi su Nagasaki. Eccola, la non responsabilità degli scienziati che hanno condotto le proprie ricerche senza occuparsi di difenderne l’autonomia: hanno permesso che i risultati dei loro studi venissero impiegati per la distruzione, anziché per un incremento di conoscenza. Hanno contribuito all’orrore, non hanno avuto a cuore il destino dell’umanità, hanno abdicato al proprio ruolo di intellettuali.

Galileo non ha inventato l’atomica; ha posto le basi per una scienza fatta di osservazioni, misure, esperimenti. Ma in Brecht prevalgono altre preoccupazioni: la minaccia del totalitarismo nazista prima, la paura della deriva letale della tecnica poi. È questo il Galileo che arriva al Piccolo Teatro di Milano, dove Giorgio Strehler mette in scena Vita di Galileo nella primavera del 1963, registrando il tutto esaurito insieme a un’infinità di polemiche. È una storia avvincente, che Bucciantini racconta con un piglio da romanzo e che, a noi lettori, non può non far tornare alla memoria un’altra vicenda, narrata da un altro scrittore.

Pubblicato un decennio dopo, nel 1975, La scomparsa di Majorana di Leonardo Sciascia pone al lettore questioni analoghe, come la riflessione sui limiti dello scienziato e sul divario tra coscienza ed esercizio del potere. La sparizione del giovane fisico collaboratore di Fermi, avvenuta nel 1938 in circostanze misteriose, è ricondotta da Sciascia a ragioni che non hanno a che fare con la nevrosi o con la follia, ma con quelle di un rifiuto etico. Per lo scrittore siciliano, Ettore Majorana intravede le possibilità dell’atomica e sceglie di non collaborare alla catastrofe:

Ha precisamente visto la bomba atomica? I competenti, e specialmente quei competenti che la bomba atomica l’hanno fatta, decisamente lo escludono. Noi non possiamo che elencare dei fatti e dei dati, che riguardano Majorana e la storia della fissione nucleare, da cui vien fuori un quadro inquietante. Per noi incompetenti, per noi profani.

Nel caso di Sciascia, come nel caso di Brecht, alla letteratura spetta il compito di ricostruire ciò che il documento tace, entrando nella coscienza degli individui per trovare le ragioni delle loro azioni. Forse non saranno quelle che hanno mosso davvero l’operato dei protagonisti, ma le loro vicende, così raccontate, diventano un monito per ogni uomo perché si assuma la propria responsabilità di fronte alla Storia.

 

 

Per approfondire:

  

Cavalli Silvia
Curatore del blog Letteratura.it