Il dibattito in corso
05 Febbraio 2018

Le favole di Sciascia

Rileggere in chiave fantastica l’autore siciliano
Varone Giuseppe

Franco Zangrilli, Full Professor di Italiano e di Letteratura comparata alla “City University of New York”, è autore del volume Leonardo Sciascia. Scrittore neofantastico (Edizioni Sampognaro e Pupi, Floridia [SR], 2017), contributo prezioso e originale sulla figura e l’opera di Leonardo Sciascia, affrontato specificatamente come scrittore neofantastico. Il coinvolgente saggio prende le mosse da una Premessa, dedicata, ancor prima che allo scrittore e intellettuale di Racalmuto, al concetto stesso di fantastico e alle sue diverse declinazioni e definizioni, per arrivare, nell’ambito della letteratura contemporanea, alla individuazione del neofantastico nell’ottica del postmoderno.

Il postmodernismo secondo Zangrilli è un guardare «con nuove prospettive il passato della storia e il percorso della vita» e Sciascia fa parte di questa categoria di scrittori, nella cui produzione il neofantastico viene a occupare nei suoi diversi modi uno spazio importante. Temi e caratteristiche che animano la scrittura di Sciascia di «una vasta quantità di idee e di motivi del mondo occidentale, classico e moderno», e che gli consentono di rivitalizzare cronache, documenti, materiali della storia, attraverso l’ausilio di metodi postmoderni, come la mimesi, l’ibridazione, il citazionismo e l’ipertestualità. Modi, come efficacemente puntualizza lo studioso, nutriti e arricchiti dalle «preoccupazioni per i tempi sociali e civili» del siciliano, come pure dalle sue inclinazioni allo sperimentalismo. Tutta una serie di scrittori fantastici, antichi e moderni, accanto alla tradizione sicula della favolistica non solo orale, lo portano a sviluppare un «discorso metaletterario», con il fine, mai immediato, di spiegare, elaborare, interpretare problematiche e argomenti, dunque, a commentare, analizzare, ricostruire idee letterarie, vicende storiche e fonti di cronaca, per dare vita a pensieri e sentimenti. Scrittori che Sciascia filtra in un processo di ri-scrittura attraverso il quale «puntualizzare l’irreale del reale» e rivestire o svelare gli aspetti fantastici della realtà, con lo scopo principale di mettere a nudo la società contemporanea. Ne consegue che, in special modo attraverso i suoi vari personaggi, Sciascia «dipinge il proprio (auto-) ritratto di scrittore fantastico nella cornice del postmodernismo, da un angolo visuale privilegiato», ossia la «sua terra isolana ritenuta “una metafora del mondo”».

La «ricca mitologia favolistica della Sicilia», scrive Zangrilli nel capitolo L’isola fantastica, nutrirà Sciascia fin dall’infanzia, e nelle sue opere la giustappone, la associa e la fonde, appunto, con la «mitologia fantastica della letteratura», immedesimandosi e descrivendo la «sfera antropologica della sua gente, che vive credenze ed eventi sovrumani», capace com’è di tessere trame che lambiscono la dimensione del sogno, nel quale «spesso domina l’assurdità e l’irrazionalità del comportamento umano, i risvolti della realtà storica, politica, cronachistica, come della condizione socio-antropologica». Traccia, in alcune sue trame, la «fisionomia di un paese siciliano in divenire che metaforizza quella dell’Italia», all’indomani del secondo conflitto mondiale, denudata del passato, dei suoi costumi, delle sue tradizioni e culture, in preda alla metamorfosi di una «società arcaica e agricola» che va ad abbracciare il boom economico, divenendo industrializzata e globalizzata, stimolando a una riflessione sulla società postmoderna, la quale cammina inesorabilmente «verso l’abisso, verso l’infinito spazio del mare in cui annegherà».

L’Italia immagine della Sicilia, la Sicilia riflesso dell’Italia, come Zangrilli evidenzia nel capitolo La favola animale, atto a indagare lo scrittore capace di affrontare letterariamente il potere, «un ingranaggio assurdo, un meccanismo di intrighi, di collusioni, di rapporti occulti», identificato nello stato guastato dalla corruzione e dalla mala vita, nonché negli uomini che hanno smarrito la ragione e il senso delle cose. Favole, quelle sciasciane, il cui intreccio pullula di «messaggi di valenza universale» e che insieme, di ogni colore, «formano i tasselli di un gran mosaico dell’orrore», ossia la favola tragica della vita e della storia. Tragedia e mistero che nel capitolo La maschera dell’innocenza sembra possano essere sfidate camminando «nei labirinti della vita», con la ribellione di Candido, fiduciosi nella «forza assoluta» della ragione, per la libertà di «pensare e sognare, di agire e di esistere». La ragione fantastica, l’ideologia e la passione, come quella che Sciascia ha della storia e che, come lo studioso narra in La strega nella trappola, lo condurrà a riscrivere cronache del passato, «incredibili, assurde, fantastiche, che fanno parte del flusso della vita e della storia», per riproporle, rivitalizzate e trasformate, «all’attenzione della memoria collettiva», ben lungi dal concedere verità. La favola della vita come un’incessante riscrittura, o, come recita il titolo del quinto capitolo, La parabola della ri-scrittura, zumata sul capolavoro Il consiglio d’Egitto, opera nella quale si assiste a un «io sdoppiato-raddoppiato dell’autore», il quale affabula un «intricato gioco di specchi, un’autobiografia fantastica», e che «incrementa la fisionomia dello Sciasca scrittore fantastico», intento a tessere una storia settecentesca vista nel mondo postmoderno. «Ri-scrivere», allora, vuol dire «parlare del nostro mondo, inquadrandolo dalla prospettiva fantastica che ne drammatizza i risvolti sociali e politici»; vuol dire voce in grado di scuotere la realtà.

L’itinerario procede incalzante con La memoria fantomatica, capitolo con il quale Zangrilli affronta l’influsso pirandelliano, maturata di opera in opera e in direzione di una «idea della memoria […] attività creatrice e fittizia»; Pirandello, dunque, per Sciascia è lo «specchio ideale in cui egli osserva e riconosce se stesso e la sua Sicilia». E per concludere, nel capitolo L’apologo giallistico, viene riservata un’importante riflessione sul racconto poliziesco come genere fortemente connesso alla letteratura fantastica, sì da farci intendere i motivi per i quali la pagina sciasciana si rivela «una ragnatela di anormalità» e diviene perciò «territorio del mistero».

Sia nella scrittura creativa sia in quella saggistica, rileva Zangrilli già dalla Premessa, Sciascia «cerca di attenersi ai fatti più autentici per sottolineare che la realtà è, di per sé, una miniera di simboli fantastici»; anche perché egli ritiene che la letteratura abbia la facoltà di mutare il fantastico in vero. Da qui il suo costante interesse «a valorizzare la tradizione della letteratura fantastica in un nuovo contesto […] per meglio comprendere gli avvenimenti del presente, come gli oscuri passi della storia». Zangrilli focalizza l’attenzione sullo scrittore «sensibile agli avvenimenti del presente e del passato», intento a cercare in carte, diari, cronache, documenti, la «realtà delle cose»: uno scrittore singolare, giacché incline a «scoprire una verità» e a «ripresentarla con volto nuovo», vale a dire come «emblema di una realtà storico-universale».

La cifra neofantastica sciasciana, inoltre, si distingue per il suo tratto antropologico e la sua nota essenzialmente pessimistica, inevitabilmente basata sulla forza della ragione. Il testo di Zangrilli, con una prosa che incede seguendo il ritmo del lettore e dello studioso già coinvolto nel mistero e nell’ingegno di una personalità così complessa e inquieta riflessa in un’opera multanime e velatamente iridescente, narra di Sciascia scrittore e intellettuale «controcorrente», capace dunque di vedere le cose con occhi diversi, ininterrottamente pronto a mettersi dalla parte delle vittime, drammatizzandone la «pena di vivere», che è, dopotutto, la sua, seppure intraducibile e sfuggente.

Quella di Zangrilli, dunque, si profila come una lettura inedita dell’intera produzione dello scrittore siciliano, analizzata «dalla prospettiva del fantastico postmoderno», dietro e dentro lo spettro di autori come Pirandello, «in un’atmosfera capace di trascendere il fantastico antropologico» per «arrivare al surrealismo onirico», entro il quale l’uomo contemporaneo appare smarrito, poiché privato della ragione (fantastica), la sola capace di attenuare la fitta oscurità oltre la quale scorgere la via della redenzione.

Varone Giuseppe
Insegnante di materie letterarie nelle scuole superiori di Roma