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26 Novembre 2018

La tavola vuota / 2

Simbologie del cibo in Elio Vittorini
Varone Giuseppe

Nel suo lavoro Franco Zangrilli presta attenzione anche al tema della guerra, da sempre “avvenimento irrazionale e spietato nel produrre miseria e fame”. Sono entrambi, questi, argomenti che riguardano nello specifico i romanzi Uomini e no e Le donne di Messina. Nel primo, Vittorini “ritrae i discorsi dei partigiani a proposito dell’assenza del cibo”. Nella visione della Storia del Siracusano l’uomo non riesce a vivere senza la guerra, mai sazio del sangue del “fratello uomo”. Una dimensione, quella creata da Vittorini, nella quale il passato e il presente si incontrano e i suoi protagonisti sono stilizzati dall’aggettivo “magro” e tratteggiati con le “guance incavate”. Nell’ambiente perturbante della guerra abbonda l’accumulo umoristico di immagini conviviali per tessere uno sconcertante discorso antropologico, incline a rivelare che dentro l’uomo può albergare un bestia, a cui corrisponde il mostro, non facilmente ravvisabile nel nazi-fascista, ma più in generale nel “Diavolo-Despota” affamato dell’anima di tutti. Il romanzo del ’45 ha la sua ideale continuazione in quello del ’64, che è anche il più corposo e tormentato dello scrittore siciliano, pregno anch’esso di quei miti tesi a evidenziare quanto nel suo lavorio il cibo risponda sovente a una strategia simbolica ed euristica, quella di far assaporare e digerire le portate, le salse, i sughi della Storia. Storia, quella de Le donne di Messina, che racconta dell’ansia di ricostruzione di un villaggio emiliano nell’immediato secondo dopoguerra, allegoria della ricerca di una nuova vita, di una rinascita difficile e contraddittoria, con i suoi nuovi sapori e odori. L’alba di uno “stupendo appetito”, che è innanzitutto “buon appetito della possibilità di possedere”. Vi è una certa sacralità nel tratteggiare azioni – come il loro mangiare sempre insieme, ma mai a tavola – ricette – come quella dettagliata sulla realizzazione della ricotta – eventi – come quello, per i contadini, di lavorare il grano, farlo macinare e renderlo pane. Un romanzo oltremodo emblematico giacché segnato dall’arrivo e attraversamento degli anni Sessanta, quando si passa dalla modernità alla post-modernità; anni in cui si coltiva il mito del capitale e si persegue il modello del materialismo americano, che vede Vittorini da una parte entusiasticamente ottimista, dall’altra disincantato rispetto alla scomparsa di quel mondo mitico-tradizionale, in controluce al futuro mercato – compreso quello alimentare – del villaggio globale. Infatti il Siciliano aggredisce ironicamente l’incontrollabile americanizzazione del Paese, la sua repentina trasformazione e perdita dell’identità, tradotta nell’immagine del villaggio assimilato dal vortice fagocitante dell’industrializzazione. Un fenomeno, quest’ultimo, che rende il villaggio-mondo opulento, famelico, materialistico, consumistico e iper-alimentato.

Ne Le donne di Messina, dunque, vibra, oltre il primo entusiasmo e la sopraggiunta alienazione, anche il recupero nostalgico di un mondo primitivo e rurale, nel quale dopotutto l’autore è nato e del quale si è nutrito. La stessa nostalgia che ammanta l’altro, incompiuto romanzo vittoriniano, la commovente “fiaba della fame” – citando lo stesso Zangrilli – quale si presenta Erica e i suoi fratelli, scritto nel ’36 e pubblicato vent’anni dopo. Una fiaba, Erica e i suoi fratelli, nella quale Vittorini mette a fuoco il mondo innocente dell’infanzia in contrasto con il mondo degli adulti, enucleando il destino maligno che si abbatte sui primi, dei quali Erica diviene immagine ed emblema; la piccola Erica, i cui “timori non erano lupi, non erano orchi: erano di svegliarsi in un mondo che avesse qualcosa di meno”. Una storia, quella del Siciliano, fondata sull’azione di Erica-Vittorini, che connota la fame di esplorazione di cose poco note o del tutto ignote. Narrazione che avviene dall’angolo visuale di colei che intende i genitori “pericolose bestie piene di fame”. Giovane che si sente vivere nell’humus di una fiaba della miseria, ritrovandosi nel milieu di una cucina vuota, senza cibo, dove c’è solo acqua da bere. Una figlia bambina che diventa madre di sua madre. Zangrilli, muovendosi con cognizione tra riferimenti intertestuali, rileva come Vittorini recuperi il mito della “figlia di nessuno, dell’esclusa dal nucleo familiare e sociale, della gitana che vive nel deserto della vita”. Così, anche in Erica e i suoi fratelli il cibo nutre una meta-scrittura, da intendersi perlopiù come “viaggio nei gusti dei propri sogni”; dello scrivere come qualcosa di simile alla preparazione di una pietanza, un’avventura in cui si masticano parole, avvolte da un gusto favoloso. Non a caso “Erica scriveva […] come una meditazione”. Erica consente al suo autore di ribadire “l’idea che la Parola della vita è un groviglio di infinite stranezze, assurdità, alchimie”. Questo nonostante nello scioglimento della tessitura romanzesca il cibo tenda a identificarsi sempre più con il corpo stesso della giovane, costretta – per necessità e orgoglio – a prostituirsi; corpo, perciò, spezzettato dal coltello, simbolo dell’organo sessuale maschile, capace di rendere il sesso per la giovane una mostruosa e perturbante disavventura.

Una vicenda, quella di Erica, che si ripete all’infinito, nella storia, e che Zangrilli ravvisa nel romanzo postumo del Siciliano, l’epico Le città del mondo. In una Sicilia “palcoscenico del pianeta in cui si recitano i copioni straordinari della commedia umana”, Vittorini mette in luce la miseria della gente che patisce la fame ed è toccata dal sentimento tragico del vivere. Un romanzo complesso, composto come una specie di “mosaico di storie” trasudante immagini e simboli connessi al cibo, e che sottolineano un momento storico in divenire, nel quale con sagacia intravede i futuri comportamenti della società cosiddetta post-moderna.

L’appassionante libro di Franco Zangrilli termina con un capitolo dedicato ai racconti del Siciliano, accanto al romanzo di formazione Il garofano rosso. Racconti come quelli, per esempio, di Piccola borghesia, nei quali la scrittura si fa ferocemente ironica nel bersagliare la corruzione, la amoralità e il male; e così Vittorini enfatizza come la cucina-cibo può essere un’ossessione che condiziona le personalità, come può divenire, dunque, una patologia che influenza e vincola le esistenze. Molti dei racconti vittoriniani contengono immagini gastronomiche, dotate di una portata allusiva, capaci di incidere sui comportamenti umani; alla stessa maniera in cui possono farlo i luoghi, tra caffè, osterie e città. Una di queste è Siracusa, città nella quale è ambientato, tra il 1920 e il 1924, il romanzo Il garofano rosso, pubblicato nel 1948. In questa città con la “pancia all’aria del sole”, vengono recuperati riti e miti cibari del tempo passato del protagonista, Alessio Mainardi: adolescente intorno al quale si muove una gioventù goliardica e spensierata, tra le piazze cittadine in cui prevalgono le atmosfere del mercato e le tavole ricche di invitanti prelibatezze. Personaggio, Mainardi, sopraffatto dall’urgenza di abbandonare il micro-cosmo genitoriale, dato l’odio verso il padre e tutto ciò che rappresenta; infatti, pur sedendosi a tavola, manca tra lui e i suoi genitori, la conversazione. E questo accade soprattutto perché comprende che la maturità si ottiene con le proprie forze e che crescere vuol dire scoprire, intuendo la propria indole, nonostante le incertezze.

Anche in questo romanzo, dunque, come nell’intera opera vittoriniana i simboli conviviali sono latori di messaggi significativi, fondamentali per lo sviluppo di ogni personaggio, mosso da una fame smisurata per la vita.

Varone Giuseppe
Insegnante di materie letterarie nelle scuole superiori di Roma