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12 Novembre 2018

La tavola vuota / 1

Simbologie del cibo in Elio Vittorini
Varone Giuseppe

Nell’opera di Elio Vittorini ricorrono in modo intricato e vistoso simboli concernenti l’universo del cibo e della tavola, in special modo povera. Non una tavola – quella che alberga nella pagina del Siciliano – prelibata o elegante, ricca di sapori, squisitezze e abbondanze, piuttosto una tavola vuota, incapace di “ristorare” e di regalare gioie, ma che al contrario rattrista.

In molte occasioni la tavola di Vittorini sembra una rinnovata scrittura di dipinti nei quali campeggiano i simboli di una natura morta, di conseguenza, per molti dei suoi personaggi mangiare e bere rappresentano le parti di un rito maledetto e infelice, poiché congiura e riflesso di una condizione di miseria e desolazione. Sulla scorta di un recente lavoro di Franco Zangrilli (La tavola vuota. Simboli cibari in Vittorini, Sampognaro & Pupi, Siracusa 2018), scopriamo, infatti, che ricorrono sovente personaggi “assetati e affamati” di qualcosa difficile – se non impossibile – da ottenere, poiché siedono a una tavola perlopiù inesistente, e quando è reale si mostra sempre come segno di una fame che non sfama, di un vuoto che non si ricolma. Questo perché per i personaggi vittoriniani tutto è apparenza, per cui ogni cosa li rende una “maschera umoristica” del sentimento tragico dell’esistere consapevole; del vivere, cioè, lontani dall’indifferenza.

Di riflesso, nell’opera dello scrittore siracusano – come già in Gadda, Calvino e Tabucchi, tra diversi altri scrittori – il cibo diviene la metafora dello scrivere in sé. Ecco perché nella sua tessitura romanzesca si avvale assiduamente di una catena di immagini e simulacri conviviali in grado di rendere il racconto, mai rasserenante, della favola della vita.

In ogni civiltà, dalle più antiche all’attuale, è indiscutibile il ruolo storico, culturale, sociale ed economico assolto dal cibo. Già argomento della letteratura dell’antichità, tra i poemi omerici e le sacre scritture, passando per Pulci, Rabelais, Manzoni e Pirandello, fino ad oggi, molti sono stati e sono gli scrittori che pongono il cibo al centro della loro attenzione, come opportunità per mettere a fuoco punti di vista, idee e visioni del mondo. Nonostante tale, indiscutibile, rilevanza, Franco Zangrilli evidenzia tuttavia come la critica vittoriniana abbia pressoché ignorato – o comunque trattato in maniera poco pertinente e approfondita – la rimarchevole presenza del tema alimentare nell’opera di Vittorini, presente sin dall’inizio della sua attività letteraria. Infatti, il cibo rappresenta una precipua componente già del primo romanzo, Il brigantino del Papa, scritto nel 1927: in quest’opera, per buona parte basata sul dialogo tra il capitano Fregoso e il Papa, si assiste alla metamorfosi di quest’ultimo all’interno del guscio protettivo della nave San Martino, che “lo rende della stessa pasta dei marinai”, emblema dei piaceri della gola: “vino correva per tanto dai barili sfondati sotto i bandoni di poppa e di prua ed il Papa, dinanzi alla turba imbriacata, mangiato fagioli e polenta, bevuto sciroppo e malvasia, se ne restava, seco medesimo tranquillizzandosi, ad attendere l’ora del riposo e del sonno beatificatore”. Una suggestiva e movimentata narrazione in cui “l’anima del Papa diventa il pasto del diavolo”.

L’avvincente disamina di Zangrilli prosegue con Conversazione in Sicilia (1941), il romanzo più noto, suggestivo e importante di Vittorini, come pure l’opera nella quale viene trattato con un linguaggio insolito e lirico il “regno della vivanda”. Una narrazione che si profila come una sorta di “viaggio a ritroso”, inteso come riscoperta delle cose per la seconda volta, “con gli occhi dell’età matura”, guidati dalla riflessione, dal ragionamento e dall’indagine. Un viaggio, quello del Silvestro vittoriniano, che è “ricerca di qualcosa che manca”; attraversamento per mezzo dei ricordi, i quali “risuscitano i sapori di tante cose della madre terra”. Il cibo, dunque, nelle pagine del Siracusano – e non solo, con il pensiero a scrittori del Novecento come Pavese e Bonaviri, tra molti altri – diviene “mezzo idoneo con cui si ripescano gli ingredienti del passato, i sapori, i profumi”, dunque i gusti di una stagione e i tanti elementi della terra nella quale si è nati e cresciuti, e dove perciò si è formata la propria “mitologia personale”. Lungo il suo viaggio Silvestro arrivato a San Giovanni compra da mangiare: “pane e formaggio e mangiavo sul ponte, aria cruda, formaggio, con gusto e appetito perché riconoscevo antichi sapori delle mie montagne, e persino odori, mandrie di capre, fumo di assenzio, in quel formaggio”. Il cibo comincia ad assumere una funzione nella distinzione delle classi sociali, in grado di enfatizzare l’incredibile povertà, la miseria, come pure la disperazione di buona parte degli isolani. Vittorini, nel fornire dettagli su un pasto o una ricetta, esprime anche gli effetti che questi possono avere sul sentimento e la fantasia del personaggio. In particolar modo di Silvestro, il quale, nel corso del suo speciale nostos, man mano che si avvicina al paese della madre, lo si scorge scivolare nel labirinto di una realtà onirica. Immediatamente la madre Concezione lo invita in cucina, là da dove “venne odore di aringa ad arrostire”, effigie di un cucinare della “madre che è tutte le madri”.

Per Vittorini la tavola rappresenta una sorta di “spazio allegorico”, sia come “vivaio della conversazione” che apre alla conoscenza, sia come “orto” in cui le parole si coltivano, raccolgono, masticano e digeriscono. Nel denso e coinvolgente capitolo che Zangrilli opportunamente dedica al più bello dei libri di Vittorini, l’esplorazione termina con l’attenzione rivolta alla cucina della madre, alla quale il Siracusano attribuisce una “valenza universale e morale”, per proseguire, poi, con un capitolo a dir poco necessario, in quanto dedicato all’alquanto dimenticato seppur considerevole romanzo del ’47, ossia Il Sempione strizza l’occhio al Frejus, ambientato nella periferia milanese nell’immediato secondo dopoguerra, in un periodo, quindi, di profonda miseria sociale. Una storia nella quale, perciò, il cibo è destinato a svolgere una funzione oltremodo allegorica, anche grazie alle atmosfere fiabesche e oniriche nelle quali, tra la nebbia e il conglomerato cementizio della città, è avvolta ogni cosa. I personaggi del romanzo, i membri della famiglia del Nonno Elefante, non conoscono la sazietà o sapori gradevoli, bensì quelli dell’erba e di un pane non desiderabile, non appetitoso; e in questo senso in Vittorini la tavola appare sovente come “spazio vuoto”, simbolo al contrario di una società che brama il pieno; una società moderna materialistica, che usa e getta ogni oggetto, come pure ogni persona e sentimento. Da qui la zumata sui due personaggi-chiave del romanzo, il già menzionato Nonno Elefante, che mangia moltissimo – creando non pochi problemi alla sua famiglia, quotidianamente impegnata nella lotta contro la fame – e Muso di Fumo, che al contrario mangia poco, quando mangia; rinchiuso nel suo ermetico e ancestrale silenzio il primo, ciarliero in modo fluviale e umoristico il secondo; cristallizzato nella sua immobilità il primo, sterilmente agile il secondo. Nella casa del Nonno Elefante i commensali fingono di consumare un pasto eccezionale, affinché i più piccoli possano conservare l’abitudine delle buone maniere a tavola, per il giorno in cui si ripresenterà l’occasione di una tavola piena, e in questo territorio dell’assurdo Vittorini persegue letterariamente la via pirandelliana dell’umorismo tragico, per esprimere l’amarezza e la disperazione di chi non può che sedersi, appunto, a una tavola vuota. Quando, ovviamente, non mangiano la cicoria, scivolando in momenti di profondo silenzio, nel duplice senso del mangiare come riflettere.

 

(Continua…)

Varone Giuseppe
Insegnante di materie letterarie nelle scuole superiori di Roma