Esperienze didattiche
15 Giugno 2020

La poesia in gara

Il fenomeno del Poetry Slam
Glésaz Sandra

All’inizio del terzo millennio entra in scena un nuovo modo per circuitare la poesia orale: si tratta del Poetry Slam, performance poetiche con pubblico e giuria. Una vera e propria gara. Le regole per partecipare sono semplici: si hanno tre minuti a disposizione per interpretare ad alta voce poesie proprie, senza l’ausilio di musica, né maschere, né altri oggetti scenici. A condurre la gara è un MCEE (mutuato dall’inglese Master of Ceremony, maestro di cerimonia), la giuria è estratta a sorte fra il pubblico e, al termine dell’esecuzione, assegna un punteggio. Il poeta che ottiene il punteggio maggiore vince. La competizione si rivela un’occasione di incontro e cultura, ma l’obiettivo è quello di una vera e propria cerimonia sociale in cui l’energia e la forza della parola fanno rivivere la poesia, arricchendo la comunità.

 

Il primo poetry slam della storia va in scena al Green Mill di Chicago, nel 1986; il suo creatore, il poeta americano Marc Kelly Smith, lo definisce «dispositivo teatrale». A più di trent’anni dal suo esordio il poetry slam è ormai diffuso in tutto il mondo. In Italia è arrivato nel 2001, grazie a Lello Voce, che, in accordo con i co-direttori del festival Romapoesia, Nanni Balestrini e Luigi Cinque, porta la competizione alla Casa delle Letterature. Ospite d’onore per l’occasione: Edoardo Sanguineti. Il poetry slam in Italia nasce dunque sotto la bandiera della neoavanguardia, che ne riconosce l’anima dada e il valore sperimentale. Scrive Lello Voce: «lo Slam è un modo nuovo e assolutamente coinvolgente di proporre la poesia ai giovani, una maniera inedita e rivoluzionaria di ristrutturare i rapporti tra il poeta e il ‘pubblico della poesia’. Lo Slam è sport e insieme arte della performance, è poesia sonora, vocale; lungi dall’essere un salto oltre la critica, lo Slam è un invito pressante al pubblico a farsi esso stesso critica viva e dinamica, a giudicare, a scegliere, a superare un atteggiamento spesso tanto passivo quanto educatamente condiscendente, e dunque superficiale e fondamentalmente disinteressato, nei confronti della poesia» (Il Poetry Slam: diritto alla poesia, 21 dicembre 2003).

 

In Italia la sua diffusione è stata lenta, affidata all’iniziativa di una serie di pionieri che si sono generosamente spesi per organizzare occasioni e festival in cui inserirlo: Luigi Nacci e Christian Sinicco, Dome Bulfaro, Luigi Socci, il collettivo Sparajurij e poi Guido Catalano e Alessandra Racca, Luigi Cinque e Claudia D’Angelo, Silvia Parma che ne ha realizzato uno per i ragazzi del carcere minorile di Bologna. Poi è nato un vero e proprio movimento che nel 2013 ha creato la LIPS, la Lega Italiana Poetry Slam, che organizza ogni anno un campionato italiano, volto a valorizzare e coordinare su vari livelli (locale, regionale e nazionale) tutte le realtà che si occupano di Poetry Slam in lingua italiana e di organizzare i contatti con quelle straniere. In questi anni hanno partecipato ai poetry slam decine di poeti, di ogni stile e di ogni poetica, anche insospettabili come Valerio Magrelli e Tiziano Scarpa (che ne ha vinti di internazionali), Rosaria Lo Russo, Filippo Timi, Andrea Inglese, mentre molti giovani talenti della poesia italiana hanno mosso i loro primi passi sui suoi palchi: da Marco Simonelli e Sergio Garau a Simone Savogin, da Chiara Daino a Adriano Padua, Gabriele Stera, Julian Zhara, Alessandro Burbank.

 

Ciò che avviene attraverso la lettura ad alta voce dei testi è un segnale importante di quanto le strade della poesia possano oggi allontanarsi dal segno muto tracciato sulla pagina e tornare ad abitare nel corpo del poeta. La poesia ritrova così un suo pubblico, discute con lui del suo statuto, dei suoi obiettivi, delle sue forme, dei suoi linguaggi. La poesia torna a essere un’attività pubblica, torna a sperimentare nuove forme innestandole sul più antico dei media: la voce. Prosegue infatti Lello Voce, nomen omen: «Ogni gara in realtà è un dialogo, ogni competizione è tendere al medesimo scopo (cum-petere), è più simile di quanto si creda a un dibattito. [...] Solo dal dialogo può nascere una lingua che ancora non c’è. Una poesia non vale l’altra, una poetica nasce proprio dall’istituzione di una differenza. Da questo punto di vista ogni poetica è un guanto di sfida: alle altre poetiche, al passato e al futuro. [...] Lo slam è una tessera di un mosaico più ampio, chiamato spoken word, arte della parola scandita: la poesia che riaccoglie la parola che torna dal suo esilio dalla voce». Lo slam è un medium, non è un genere, e come tale viene utilizzato dai poeti per giungere al pubblico. E lo raggiunge senza mediazioni: critici, istituzioni, editori, stampa; e insieme al pubblico crea una poesia nuova, formalmente matura e sperimentale.

 

«Oggi la poesia nuova, quella che già vive nel futuro, deve giungere al suo pubblico (un pubblico che ancora non esiste, beninteso, che lei stessa deve far nascere) da sola, contando solo sulle sue gambe, sulla sua capacità di conoscersi, mettersi in discussione, progettarsi». Non ha altra scelta, se vuole sopravvivere; perché non è sufficiente rinnovare le forme, occorre avere la capacità di comunicarle, di farle attecchire. E il poetry slam crea una comunità, crea spazio per le radici della neo poesia orale, dello spoken word, sulle quali posa la riflessione profonda teorico-critica sulle nuove forme che va creando. «Lo slam è stato veicolo di democrazia [...] perché ha riaffermato con forza che la poesia è parte ed elemento della comunità, che è ad essa necessaria, direi indispensabile, e che, se la sua voce risuona con efficacia e forza, ciò avviene sempre perché - anche nei casi più privati - essa è voce della polis, interesse comune, attività e disciplina ‘politica’ per antonomasia; che la poesia, insomma, come ogni altra arte, è un diritto delle comunità, oggi più che mai, figli come siamo di un’epoca che non si è limitata ad inquinare radicalmente il nostro ecosistema, ma che anzi si è preoccupata, con pignoleria, di avvelenare anche il nostro immaginario e i nostri linguaggi».

 

Dome Bulfaro, poeta e performer, slammer dalla prima ora e poi presidente della LIPS, dichiara: «Noi possiamo delimitare i confini di cosa è poesia in uno spazio-tempo, ma non possiamo limitare il campo e il luogo di ciò che è poesia. Il poetry slam è solo una piccola sfaccettatura della poesia, che è nata a metà degli anni Ottanta perché non c’era più pubblico. Il Novecento letterario ha sterminato il pubblico della poesia: negli anni Ottanta [...] c’era un pubblico formato solo da poeti che ascoltavano altri poeti. [...] È come se la poesia stessa a un certo punto avesse invocato di nuovo un pubblico, lo ha proprio invocato. Che poi sia arrivato tramite Smith, sia arrivato tramite il poetry slam – ma non poteva essere più tollerabile una poesia senza pubblico. Il poetry slam ha avuto una rapida diffusione mondiale perché c’era una necessità artistica, transculturale, profonda, contemporanea, al di là di qualsiasi principio ideale, corrente dell’estetica. E le necessità artistiche si affermano solo se soddisfano delle necessità reali; appartengono all’uomo in quel lasso di tempo lì» (Francesca Sante, Sull’editoria di poesia contemporanea, intervista a Dome Bulfaro, pubblicata il 23 maggio 2019).

 

Il pubblico è andato a coprire anche un’altra crisi, quella della critica. Se il pubblico si è potuto affermare nel ruolo di critica (emotiva), è perché non c’è una critica (intellettuale) che abbia saputo riconfigurarsi come alternativa. C’è la necessità di creare una critica che abbia degli strumenti idonei e fornisca delle chiavi di lettura per approcciare a tutto ciò che è performance poetry, declinata in spoken word, spoken music. Servono strumenti diversi da quelli usati per la scrittura. I principi prosodici più o meno sono gli stessi, ma devono essere adattati ai linguaggi e ai medium utilizzati. Il testo scritto che si traduce ad alta voce è un adattamento di qualcosa che è partito come scrittura, ma che nella sua oratura ha cessato di essere un testo scritto: non può più essere analizzato criticamente con i parametri e gli strumenti impiegati per la poesia su carta. «A trent’anni dalla sua nascita e a quindici dalla sua introduzione in Italia, il poetry slam fa ancora storcere diversi nasi, in particolare tra gli ‘addetti ai lavori’ del mondo poetico. Ma pur mantenendo questo suo potenziale di rottura, basta guardare al numero di eventi organizzati in lungo e in largo nella penisola (più di 150 in un anno) per capire che non si tratta di una qualche novità esotica ed episodica, ma di un movimento dalle solide basi e in continua crescita. D’altra parte è mancato finora un discorso critico consapevole intorno al poetry slam e i suoi aspetti» (Giuseppe Nava, A proposito di poetry slam, 18 maggio 2016).

 

La Guida liquida al poetry slam, significativamente sottotitolata La rivincita della poesia, scritta da Dome Bulfaro nel 2016, è il primo tentativo di sistematizzare storia, filosofia e antologia del poetry slam e si propone come base per uno sviluppo critico. Il vuoto di conoscenza è grande, l’«analfabetismo» diffuso, e ancora oggi c’è confusione: lo slam o la slam? bisogna distinguere lo slam, ovvero il format, con tutte le sue implicazioni sociali, politiche, filosofiche, da tutta quella spoken word diversa per genere e stile che, per praticità, includiamo nella definizione di “la slam”. Ma la poesia che si recita negli slam? È la poesia orale del performer, una pratica che supera il reading - in cui il testo scritto, caratterizzato cioè da una scrittura finalizzata alla stampa su carta, è sottoposto a un processo di traduzione, di messa in voce, chiamato oratura - perché la scrittura già nasce per essere detta (ad alta voce). C’è un processo inverso, dalla voce alla scrittura, che ha un precedente forte nella tradizione letteraria della poesia dialettale: è in virtù di questo cammino di adattamento inverso dall’oralità alla scrittura, avvenuto soprattutto nella seconda parte del Novecento, che la poesia dialettale è stata legittimata a poesia vera e propria, ovvero riconosciuta dal sistema accademico. La poesia dialettale ha sempre avuto una dimensione orale dominante che si è adattata alla carta. Franco Loi, per esempio, ha modificato la scrittura reale del dialetto milanese su pagina, per agevolare la lettura corretta dei fonemi anche da parte di chi non conosce il dialetto milanese. L’acquisizione in memoria implica una trasposizione di un testo da orale a scritto, mentre il ritorno alla poesia orale prevede il percorso inverso: dire con la voce è un modo di scrivere.

 

L’impianto ‘pop’ degli eventi, l’orizzontalità con il pubblico, la tensione divulgativa, l’assenza di filtri critici a monte ha fatto certamente «storcere diversi nasi»: gli aspetti immediatamente più criticati sono la spettacolarizzazione e la gara, ma non va sottovalutato il passaggio oltre le gerarchie, le accademie e i circoli, che si realizza in un rito di comunanza tra il poeta e il pubblico attraverso le parole, a cui viene data letteralmente voce. «Lo slam non è mai solo spettacolo, ha a che fare con il rito piuttosto» (Lello Voce, Lo slam è una maschera nuda, 11 marzo 2007). Il poeta dello slam è un performer e può, volendo, utilizzare il registro teatrale, ma il cuore della sua drammaturgia performativa resterà sempre di natura poetica. È la stessa differenza che intercorre tra presentazione e rappresentazione: il poeta performer si presenta al mondo ed è presente in quanto persona; l’attore, invece, riproduce una rappresentazione. Lo slam è gara, competizione, e Lello Voce ammonisce: «È pericoloso perché spesso, troppo spesso, chi va sul palco non ci va per sfidare, svegliare, emozionare il suo pubblico, ma per blandirlo, dissimularlo, confermarlo in ciò che già sa. Ma è allora, quando nella competizione c’è solo competizione e non sperimentazione, rischio, gusto dell’imprevisto, che anche lo Slam uccide la poesia». Quindi nelle migliori performance c’è la poesia, in quelle peggiori c’è l’esibizionismo fine a sé stesso. Questa è la forbice in cui il poeta performa e in mezzo a questa forbice c’è il pubblico, che deve essere in grado di riconoscere i procedimenti che vengono messi in atto.

 

Nella poesia contemporanea c’è un diluvio di versi che vengono da ovunque (internet, social, proliferare di slam…). In questo diluvio indiscriminato bisogna saper distinguere cosa è buona poesia e cosa no e per farlo bisogna avere degli strumenti sempre più chiari su come definire una poesia di qualità, rispetto a quando è scritta e finalizzata alla pagina, o a quando è finalizzata alla performance. È un processo complesso di analisi e sintesi che un pubblico generico non può svolgere (e non ha senso nemmeno che lo svolga). Dome Bulfaro, nel 2016, promette: «Quello che ci vuole e che cerco di fare, in questo momento, sul piano culturale è aumentare la qualità di quello che accade all’interno del format slam e della poesia performativa in generale. I due processi che sto attivando negli ultimi due anni sono i seguenti: uno, far dialogare il mondo accademico con la poesia performativa e il poetry slam, e quindi portare il poetry slam di qualità all’interno di festival e istituzioni che sono collegati al mondo accademico; l’altro processo che sto attivando è l’internazionalizzazione del movimento slam italiano, perché sono convinto che la ricerca dei giovani che si cimentano in questo format possa, con grandissimi esempi internazionali, compiere balzi enormi in pochissimo tempo».

 

In Italia, anche nel caso degli slammer, protagonisti della poesia orale più radicale e popolare, non c’è esenzione dalla ricerca di pubblicazione editoriale, cartacea, tradizionale. Il primo esempio è Slam. Prima Antologia Europea dello Slam, che raccoglie i ventidue migliori poeti-performer d’Europa i cui testi sono tutti presentati in lingua originale, con la traduzione italiana a fronte, edita dalla casa editrice milanese NoReply nel 2007, arricchita da un’intervista all’inventore dello slam, Marc Kelly Smith, e da saggi introduttivi firmati da Lello Voce e Rayl Patzak, fino ad arrivare alla già citata Guida liquida di Bulfaro. Non è contraddittorio per questo tipo di poesia voler poi ritornare al libro? Il libro rimane comunque l’emblema del riconoscimento del poeta, dell’essere poeta. Dome Bulfaro risponde: «questa necessità del riconoscimento attraverso il libro è una formula molto italiana. Basti dire che noi italiani, tra tutte le declinazioni possibili di slam nazionali, risultiamo agli occhi degli altri come i più letterari. E in questo immaginario letterario che ci costituisce e caratterizza rientra anche l’oggetto libro, con tutto ciò che di simbolico porta con sé nella nostra tradizione conservatrice. [...] Perché il tessuto culturale in cui ci muoviamo è quello che prevede che il riconoscimento di poeta passi anche attraverso il libro. Però devo dire che, col tempo, è un’esigenza che sta venendo meno. Ormai i media di divulgazione stanno cambiando e l’assetto culturale e mentale italiano sta mutando».

Glésaz Sandra
Operatrice culturale e fondatrice della casa editrice-laboratorio milanese No Reply, che per quindici anni si è dedicata all'interazione fra editoria, musica, video, grafica e fumetti