22 Aprile 2019

La mamma dei partigiani

Donne e cibo durante la Resistenza
Chiocchetti Elisa

«La pace è un uccello. È già venuta e ripartita» (p. 67). Con questa simbolica frase Cesare Pavese ne La casa in collina descrive quel breve arco di speranza che respirò l’Italia dalla proclamazione dell’Armistizio all’invasione tedesca. «È adesso che comincia la guerra, quella vera, dei disperati. E si capisce. Bisogna dir grazie ai tedeschi» (p. 76). La Resistenza è definita dall’autore come la guerra dei disperati, scoppiata tra una popolazione stremata dalle azioni violente dei nazisti e dalla speranza alimentata dall’avanzata degli Alleati. La Resistenza si creò col passaparola, nelle osterie, sottovoce. Le osterie compaiono spesso nei romanzi resistenziali, come luoghi di incontro tra i sovversivi, in cui erano preparati i piani di assalto o reclutate persone nei GAP, come testimoniano sia La casa in collina che Il sentiero dei nidi di ragno. Non solo gli uomini, ma anche le donne hanno avuto un’importanza strategica sia per la lotta partigiana sia per l’esercito nazista. Con gli uomini come soldati sbandati al fronte o arruolati nell’esercito della Repubblica di Salò o sulla via delle montagne, infatti, solo le donne potevano provvedere i due schieramenti dei rifornimenti necessari.

Le donne, infatti, hanno avuto un ruolo fondamentale nella Resistenza e, ancor prima, nella lotta al regime fascista. Le prime forme di protesta sorte in Italia nel corso degli anni Trenta provenivano dalle donne che, in quanto responsabili dell’alimentazione dell’intera famiglia, furono le prime a rendersi conto del fallimento dell’autarchia prima e del razionamento poi. Una prima forma di protesta, alquanto innocente, fu il rifiuto, da parte di molte donne, di consegnare le padelle. Per rifornirsi di rame, necessario per l’industria bellica, il governo comandò di raccogliere presso le campagne gli attrezzi da cucina, ma le donne si rifiutarono di consegnare il paiolo della polenta: la loro opposizione fu talmente ostinata che ottennero dai prefetti il permesso di conservarlo. Ma è nei mercati che, di fronte all’aumento dei prezzi e alla diminuzione delle razioni, incominciarono a far sentire la loro voce al punto che non rimasero indifferenti neanche allo scoppio della Resistenza. Nella fase della guerra civile, infatti, le donne giocarono un ruolo chiave in entrambi gli schieramenti, dato che erano loro che provvedevano ai rifornimenti sia per i partigiani che per i tedeschi.

Ci furono donne, infatti, che con la speranza di ottenere vantaggi economici e di salvezza, si allearono coi tedeschi, come la Santa de La luna e i falò, doppiogiochista tra repubblichini e partigiani, o la Nera, la sorella che il piccolo Pin ne Il sentiero dei nidi di ragno ritrova bene vestita e rifornita di cibo tedesco: «Pin ha cominciato a masticare del pane e una cioccolata tedesca fatta di nocciole. – Ti trattano bene, vedo» (I. Calvino, Il sentiero dei nidi di ragno, Einaudi, Torino 2006, p. 154).

D’altra parte, molte donne entrarono a far parte delle file partigiane. Il romanzo sulla Resistenza che meglio rappresenta il ruolo giocato dalle donne in quegli anni è L’Agnese va a morire di Renata Viganò. Lungo tutto il romanzo, il cibo gioca un ruolo fondamentale nel procedimento della narrazione. Le sventure di Agnese, infatti, prendono il via dalla decisione della donna di ospitare a casa un soldato disertore: «Il soldato masticava in silenzio; si capiva che aveva molta fame arretrata, trascinata con sé dalle soste nei fossi e sotto gli alberi, dalle secche mangiate di pane che erano state i suoi pranzi di tutti quei giorni» (R. Viganò, L’Agnese va a morire, Einaudi, Torino 2014, p. 13). Il fatto è subito notato dalla vicina di casa, la Minghina, le cui figlie, all’opposto, offrono ospitalità ai tedeschi: «I tedeschi […] si facevano cuocere il cibo nella cucina della Minghina, e le due ragazze erano sempre a lavorare per loro. Tutta la famiglia, anzi, correva di qua e di là, sotto la spinta delle voci dure, che raschiavano la gola. In compenso i tedeschi davano la roba razziata nei precedenti saccheggi, offrivano cognac e sigarette, vino e cioccolata» (pp. 51-52). Da questa opposizione discende tutto il romanzo: la Minghina, infatti, denuncia l’Agnese, i tedeschi arrestano Palita e la donna, rimasta sola, è spinta da alcuni amici del marito a unirsi alla Resistenza. Il pasto offerto è così il motore che scatena l’intera vicenda. Il cibo, successivamente, diventa il tratto distintivo di Agnese tra i partigiani: il compito primario di Agnese, infatti, durante la sua vita negli accampamenti partigiani, è quello di preoccuparsi che i combattenti abbiano tutto il necessario per sopravvivere, in particolare i viveri. Nel campo partigiano in cui è arruolata, infatti, Agnese porta il suo animo femminile, frutto di una vita vissuta come sposa:

 

Rinasceva l’abitudine alla vita, aveva fame, sete e sonno come gli altri. Quando vide Gim che tirava fuori i tegami e le pentole, ridivenne donna di casa. Si mise in una capanna, e appese gli utensili di cucina ai pali sporgenti; i piatti e i bicchieri li dispose in fila sulle cassette. Poi riordinò tutta la roba da mangiare, rialzò i sacchi di farina e di pasta con delle pietre perché non prendessero umidità, tese un fil di ferro da una parte all’altra e vi attaccò le salsicce e i salami. (p. 66)

 

Da qui per il resto del romanzo la sua figura di donna si legherà indissolubilmente al cibo. È lei che, per esempio, prima di una fuga dal campo ormai avvistato dai tedeschi, pensa a nascondere prima di tutto i viveri. Così come è lei che prepara i pasti alle truppe partigiane, compito che porta avanti anche una volta abbandonato il campo come comandante dell’attività delle staffette. L’attenzione al cibo di Agnese è tale da assicurarle il soprannome di «mamma Agnese» dei partigiani: «era stata con loro come la mamma, ma senza retorica, senza dire: io sono la vostra mamma. Questo doveva venir fuori coi fatti, col lavoro. Preparargli da mangiare, che non mancasse niente, lavare la roba, muoversi sempre perché stessero bene» (p. 92).

Gran parte delle donne che collaborarono alla Resistenza coprirono il ruolo di staffetta. I compiti delle staffette erano vari e spesso riguardavano il rifornimento di cibo agli accampamenti. Nessuno all’inizio della guerra partigiana, infatti, sospettava delle donne, che erano libere di consegnare, coi loro interminabili viaggi in bicicletta, munizioni e cibo: «Le staffette portavano all’accampamento il pane, il vino, gli ordini, e le circolari, la stampa, le notizie di Radio Londra (p. 80). Ogni staffetta aveva la sua banda o il suo partigiano di riferimento, di cui si prendeva cura: «Lorena era l’unica che conoscesse dove ora abitava Enne 2; era la sua portatrice d’arma, l’addetta a lui […] “Hai bottoni da attaccare? Calze da rammendare?” Lorena gli chiese» (E. Vittorini, Uomini e no, Mondadori, Milano 2016, p. 31). Le staffette assunsero un ruolo fondamentale nel lungo inverno del ’44, quando l’avanzata alleata si arrestò e costrinse i partigiani a nascondersi. Erano le staffette che portavano il cibo ai nascondigli: «L’Agnese e le donne portavano i viveri, le barche partivano per una caserma, altre ne arrivavano per un’altra, l’Agnese e le donne portavano ancora viveri: così tutto il giorno, tutti i giorni, mentre seguitava a piovere» (R. Viganò, p. 143).

Oltre alle staffette, alcune giovani donne diedero un contributo diretto alla lotta partigiana, imbracciando le armi, indossando vestiti da uomo e unendosi alle brigate partigiane, anche se c’era chi non vedeva di buon occhio la presenza di una donna all’interno di una formazione, come il Cugino de Il sentiero dei nidi di ragno, che non approva la presenza della moglie del cuoco al punto da rifiutare del cibo offerto da lei. Altre volte, le donne, spesso contadine, che non potevano scendere in guerra, offrivano il loro aiuto ospitando quei partigiani che chiedevano rifugio: Milton, ad esempio, il partigiano protagonista del romanzo Una questione privata di Fenoglio, trova sempre ricovero nella casa sgangherata di un’anziana che, vedova e senza figli, è disposta a rischiare la vita per prendersi cura dei partigiani.

Le condizioni alimentari degli italiani al nord migliorarono con la Liberazione: è significativo, infatti, che nell’immaginario collettivo gli americani portano la libertà con la distribuzione di sigarette e cioccolata. La presenza degli americani ha determinato l’inizio di una rivoluzione alimentare senza precedenti in Italia. Il cibo che gli americani distribuivano, infatti, era molto diverso da quello italiano tradizionale: zuppe o verdure in scatola, carne macinata, nuovi alcolici, gomme da masticare. Il contatto tra gli alimenti industriali e il suolo italiano provocò una delle più importanti rivoluzioni alimentari del secolo scorso. Gli alimenti confezionati, gli inscatolati, i dadi e le converse industriali, grazie al boom economico degli anni ’50, diventarono in breve tempo la consuetudine anche per gli italiani.

Chiocchetti Elisa
Laureata in Filologia moderna presso l'Università Cattolica di Milano.