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22 Giugno 2020

Io ero l'Europa

Sotto "La pelle" di Curzio Malaparte
d'Adamo Maurizio

Dopo la liberazione gli uomini avevano dovuto lottare per vivere. È una cosa umiliante, orribile, è una necessità vergognosa, lottare per vivere. Soltanto per vivere. Soltanto per salvare la propria pelle.

 

Vinti e vincitori, miseria e nobiltà si intrecciano nella narrazione autobiografica del capitano del Corpo italiano di liberazione Curzio Malaparte del romanzo La pelle. Un romanzo sui generis come la biografia e la poetica dell’autore: non è un romanzo storico dato che le vicende narrate, riguardanti le condizioni della città partenopea liberata dagli alleati nel 1944, sono quasi contemporanee alla pubblicazione, non uno di genere autobiografico, nonostante l’omonimia tra autore e protagonista, in quanto alcuni episodi difficilmente possono essere riferibili al vissuto dello scrittore, neppure realistico vista la deformazione grottesca dei fatti, senza alcuna denuncia, senza giudizi né moralismi.

 

Curzio Malaparte, attraverso la sua scrittura espressionista, plurilinguista con l’alternarsi di francese e inglese, con una sintassi mimetica della lingua parlata che tende a ripetere infinite volte, in periodi prolissi, in un climax crescente immagini di una crudeltà esasperata, presenta la tragedia della guerra ripercorrendo le orme di Agamennone, eroe tragico del teatro di Eschilo che viene punito dopo aver combattuto una guerra non propria, rievocato nella citazione di apertura. L’autore mette in luce nel romanzo le contraddizioni della guerra, della vittoria e della sconfitta, della miseria e della nobiltà che poi sono così connaturate nel popolo oppresso e oppressore di Napoli, dell’Italia e dell’Europa intera. Pubblicato nell’anno dell’ingresso dell’Italia nell’Alleanza atlantica e tre anni prima della creazione della Ceca, primo mattone dell’unità europea, La pelle mette in luce una serie di similitudini tra i paesi del vecchio continente, indissolubilmente legati nonostante i fronti contrapposti, in contrapposizione alla superpotenza d’oltreoceano. La madre di tutte le somiglianze che accomunano gli europei è l’intrinseca contraddittorietà dei popoli d’Europa forgiati da millenni di storia, di divisioni, di lotte intestine, di odi, di privilegi, in contrapposizione con un'America ingenua e primitiva, fatta di un idealismo innocente.

 

Jimmy Wren, di Cleveland, Ohio, tenente del Signal Corps, era, come la grandissima parte degli ufficiali e dei soldati americani, un buon ragazzo. Quando un americano è buono, è il miglior uomo del mondo. Non era colpa di Jimmy, se il popolo napoletano soffriva. Quel terribile spettacolo di dolore e di miseria non insudiciava né i suoi occhi, né il suo cuore. Jimmy aveva la coscienza tranquilla.

 

In questa prospettiva sono gli americani ad essere i veri protagonisti tragici del romanzo: innocenti e colpevoli nella stessa misura. Portatori dei migliori valori e delle più innocenti intenzioni finiscono catturati nella trappola di Agamennone e di Edipo; la loro hybris deriva proprio dal tentativo semplicistico di sanare gli inconciliabili contrasti, nell’arroganza di volersi porre come Deus ex machina per risolvere l’immane massacro. La guerra diventa, in conclusione, un’onta da cui di cui nessuno può proclamarsi innocente. «“È una vergogna vincere la guerra” dissi a bassa voce».

 

Se è vero che le contraddizioni caratterizzano tutti i popoli europei, il popolo di Napoli rappresenta la sintesi e l’apice di tutte le contraddizioni. La città, vinta dai tedeschi prima e dagli americani poi, sembra dimenticare la propria sconfitta all’arrivo degli occupanti alleati, accolti con un caldo trionfalismo. Al succedersi dell’occupazione americana a quella nazista Malaparte riporta così il clima di confusione: «Era stato veramente un bellissimo spettacolo, uno spettacolo divertente. Tutti noi, ufficiali e soldati, facevamo gara a chi buttava più “eroicamente” le armi e le bandiere nel fango, ai piedi di tutti, vincitori e vinti, amici e nemici, persino ai piedi dei passanti, persino ai piedi di coloro che, non sapendo di che si trattasse, si fermavano a guardarci meravigliati. Buttavamo ridendo le nostre armi e le nostre bandiere nel fango, e subito correvamo a raccoglierle per ricominciare da capo. “Viva l’Italia” gridava la folla entusiasta». I vincitori a loro volta cadono vittima della “fame” che attanaglia la città e assumono il carattere di vincitori-vinti; i soldati americani vengono raggirati dagli scugnizzi dei quartieri popolari nel tentativo di estorcere loro i cospicui stipendi; ancora si ricorda il furto di una Liberty ship attraccata nel porto di Napoli, smontata e fatta sparire in una sola notte.

 

Le contraddizioni penetrano a fondo anche nel carattere di Malaparte, tanto nella biografia quanto nel protagonista alter ego: «Io ero l’Europa. Ero la storia d’Europa, la civiltà d’Europa, la poesia, l’arte, tutte le glorie e tutti i misteri dell’Europa. E mi sentivo insieme oppresso, distrutto, fucilato e charming, amico e nemico, vinto e vincitore. E mi sentivo anche una persona per bene: ma era difficile far capire a questi onesti americani che c’è della gente onesta anche in Europa». La stessa divisa del Capitano Malaparte rappresenta iconicamente tutti questi inconciliabili contrasti: al Corpo italiano di liberazione vengono cedute dal Comando Britannico le divise sporche di guerra, macchiate del sangue dei soldati inglesi morti e traforate dai proiettili dei soldati italiani assediati nella strenua difesa di El Alamein; invertite le posizioni gli italiani sconfitti si abbigliano con i vestiti dei morti vincitori schierandosi al fianco loro. In fondo la contraddizione è intrinsecamente connaturata, sembra dire Malaparte, nella storia dell’Europa cristiana che nelle sofferenze della Passione cerca la salvezza, nella morte trova la rinascita, nella permanenza del male trova la ragione dell’incarnazione di Cristo. L’America secolarizzata e capitalista ha, invece, eliminato queste contraddizioni con una più pacificante e semplicistica moralità.

 

La sofferenza indescrivibile del sottoproletariato urbano di Napoli, che popola gli acquedotti sotterranei della città e che con la sua forza vitale si era dimostrato tanto fiero nella lotta antinazista pur di rimanere in vita, dimostra la propria terribile scaltrezza nel tentativo di guadagnarsi la sopravvivenza e salvare «la pelle, questa maledetta pelle». Tutte le infamie vengono giustificate, i corpi vengono venduti al miglior offerente, pure i bambini non si salvano dal terribile mercimonio, ma non ci sono giudizi morali. Il vitalismo spietato, che poi verrà decantato da Pasolini, si inscrive in una morale altra da quella borghese. La miseria e la fame non vengono neppure risparmiate dalla Natura, madre e matrigna, che infligge ai suoi figli ulteriori dolori. Nel 1944, infatti, si registra in città un’epidemia di peste che infligge nuove sofferenze al popolo già offeso dalla miseria e dai bombardamenti. La peste, titolo originario del romanzo poi modificato a causa della contemporanea uscita dell’omonimo volume di Camus, si insinua tra i quartieri della città, penetra nelle coscienze e porta a una marcescenza fisica oltre che morale che intacca anche la pelle, unica ragione dell’esistenza. Il “vento nero” che circonda misteriosamente la città assume le caratteristiche del male incombente che oscura la ragione. Malaparte rievoca la presenza dello stesso vento maligno anni prima a Dorogò in Ucraina in occasione della crocifissione di decine di ebrei rei di non essere cristiani. L’episodio, di cui non si hanno riscontri storici, narrato con freddo cinismo contribuirà alla censura del libro subito dopo la pubblicazione. Il Vesuvio, infine, colpisce per ultimo una città già prostrata, ormai allo stremo. L’eruzione del 1944 devasta alcuni dei quartieri più poveri della città. Questo episodio caratterizza una buona parte del romanzo e lo accompagna fino alla conclusione. Anche in questo caso il Vesuvio, personificazione della natura e di un Dio terribile e magnanimo, rappresenta le contraddizioni sociali: la veglia funebre sulle pendici del grande vulcano assassino fa coesistere la tragedia cristiana con le superstizioni ancestrali.

 

L’umanità oppressa, contraddittoria e innocente si scontra con le armate vincitrici e colpevoli della propria ingenuità. I due mondi si scontrano quasi a rinnovare l’inconciliabile dualismo in occasione del banchetto del generale Cork per la facoltosa mrs. Flat tra le mura del magnifico palazzo dei Duchi di Toledo. Nella città di Partenope, mitica sirena cui si fa risalire la fondazione dell'abitato, viene offerto ai nuovi padroni proprio «un esemplare assai raro di quella specie di sirenoidi», pescato direttamente dall’acquario cittadino a causa dell’impossibilità di procurarsi pesce fresco, essendo il mare occupato dalle flotte belligeranti. L’animale, dall’ambigua forma antropomorfa di una giovane bambina, viene servito con rami di corallo innescando un grottesco dialogo che si conclude con il funerale del pesce.

 

E ora tutti guardavamo allibiti, muti per la sorpresa e per l’orrore, quella povera bambina morta, distesa a occhi aperti nel vassoio d’argento, su un letto di verdi foglie di lattuga, in mezzo a una ghirlanda di fiori. E non è raro vedere una bambina morta, distesa in mezzo a una ghirlanda di coralli. […] Io guardavo quella povera bambina bollita, e tremavo di pietà e di orgoglio dentro di me. Meraviglioso paese l’Italia! Pensavo. Quale altro popolo al mondo si può permettere il lusso di offrire a un esercito straniero, che ha distrutto e invaso la sua patria, una Sirena alla maionese con contorno di coralli?

 

L’episodio raccontato evoca contemporaneamente il sacrilegio del mito fondativo della città, servito con maionese, e l’iconografia cristiana di Gesù bambino adornato con una collana di corallo a evocarne la futura passione. Mitologia e cristianesimo, come si può spesso riscontrare nell’evocativa prosa di Malaparte, si fondono in un sacrificio che trasforma il generale americano in un novello scellerato Tieste pronto a divorare il popolo che si era impegnato a proteggere.

 

Un inferno, quello descritto, totalmente umano che, a differenza di quello dantesco, non può nemmeno vantare una ragione ordinatrice; la guerra e la politica passano in secondo piano di fronte alle vite devastate degli uomini e alle prescrizioni morali continuamente profanate dalla fame e dalla «pelle, questa maledetta pelle».

d'Adamo Maurizio
Docente di materie letterarie presso l'I.T.C.S. "Abba-Ballini" di Brescia.