Il dibattito in corso
21 Maggio 2018

Il paradigma della modernità letteraria / 2

Per una didattica della letteratura italiana contemporanea
Langella Giuseppe

Punti obbligati di partenza, per la nostra disciplina, saranno perciò, sul piano dei contenuti didattici, le cifre tipiche della modernità letteraria, ossia i tratti ad alto coefficiente di infrazione dei codici tradizionali. Mi limito, qui, a citare alcune chiavi di volta tra le più rilevanti, a cominciare dal trionfo del romanzo, che sconvolge dalle fondamenta, con la potenza di un terremoto, l’intero edificio dei generi letterari, rimasto saldamente immobile per secoli, scalando tutte le classifiche e ponendo gli altri, nobili decaduti, davanti all’aut aut di adeguarsi o scomparire. Davvero emblematiche, a tale riguardo, sono le ripercussioni del sisma nella regione effusiva della poesia lirica, sottoposta a spinte e controspinte, incerta se arroccarsi o firmare una resa incondizionata, in un moto ondulatorio di enormi proporzioni, tra gli estremi opposti del simbolismo, dell’orfismo, dell’ermetismo, da un lato, intenti a una scrittura per iniziati, e delle tante esperienze schierate, dall’altro, sotto i vessilli antinovecentisti della “perdita d’aureola”, che hanno preferito raccontare il quotidiano prosaico senza afflato. Allo sconquasso provocato dal romanzo andrebbe poi associato anche l’affermarsi di un’istanza di realismo che, avvalendosi via via del contributo delle scienze sociali, delle teorie darwiniane o della psicanalisi, ha mandato in pensione la teoria classica dell’imitazione, rivelatasi del tutto inadeguata a recepire le nuove ambizioni di rispecchiamento del mutevole, del molteplice, dell’anomalo, del singolare.

Tra i dati “sensibili” della modernità letteraria non si può omettere, inoltre, lo smantellamento, non lineare ma comunque progressivo, nella versificazione, da Leopardi a quell’autentico “genio guastatori” che è stata la prima generazione novecentesca, degli stampi canonici e degli schemi metrici consacrati da una lunghissima consuetudine, in nome di una concezione della forma non più estrinseca, come rivestimento e addobbo convenzionale della materia, ma consustanziale alla natura propria del soggetto. Quello che è accaduto in seguito, nell’ultimo secolo, anche qui con sviluppi in tutte le direzioni, nel migliore dei casi può essere rubricato, quando si è tentato un recupero delle regolarità prosodiche, come “nostalgia del canone”, come reazione volontaristica alla “fine della totalità”, come ricerca o contraffazione parodica di una forma nel caos ingovernabile del mondo.

Volendo illustrare, almeno per episodi salienti, il paradigma della modernità letteraria, bisognerebbe passare in rassegna, poi, anche certe strutture ossimoriche, bipolari, della visione novecentesca, che non sono meno indicative della marcata originalità della letteratura contemporanea e del suo suggestivo procedere per paradossi e contaminazioni: alludo specialmente al “riso amaro”, declinabile a piacere, dopo il precedente delle Operette morali di Leopardi, secondo le fogge dell’umorismo pirandelliano, del buffo integrale di Palazzeschi o della Hilarotragoedia di Manganelli, che innestano il dramma nella commedia; e mi riferisco, ancora, al “vero inverosimile”, sdoganato da Pirandello nel Fu Mattia Pascal, con annessa Avvertenza sugli scrupoli della fantasia, che contesta l’attendibilità di qualsiasi calcolo probabilistico; o infine al “tragico quotidiano”, che, si ambienti nel lager di Se questo è un uomo piuttosto che nelle borgate romane dei Ragazzi di vita, si annidi nella Brianza della Cognizione del dolore anziché nel Male oscuro di Berto, rigurgiti nel Crematorio di Vienna invece che nella letteratura “cannibale”, mescola di nuovo due dimensioni dell’esistenza che in passato erano state collocate agli antipodi come contrarie e incompatibili, di modo che circostanze comuni, semplici difetti o dettagli insignificanti acquistano un rilievo traumatico, tali da scatenare reazioni violente, veri e propri eccessi, o, viceversa, che tragiche morti, atti di sadismo, situazioni raccapriccianti, passano quasi inavvertiti, come episodi di ordinaria amministrazione.

I banchi di prova su cui testare, in funzione didattica, le implicazioni eversive della modernità letteraria sarebbero, di per sé, di tal numero ed entità, da richiedere ben altro spazio per una trattazione minimamente compiuta. Qui c’è posto appena per un velocissimo ragguaglio, senz’altra pretesa che di offrirne un sommario censimento. Al romanzo come genere per eccellenza della modernità ho già accennato; posso solo aggiungere, a questo punto, un post-it, per richiamare l’attenzione sulle forme di esso che, alla maniera della narrativa realista e del romanzo di formazione, hanno interpretato alcuni caratteri dominanti o fasi cruciali della letteratura italiana moderna e contemporanea: dal romanzo storico al romanzo antropologico, dal romanzo epistolare al romanzo analitico, dal romanzo modernista al romanzo enciclopedico. Osservato speciale dovrebbe essere, naturalmente, il personaggio, centro gravitazionale di tutte le storie, nelle sue innumerevoli incarnazioni e dissipazioni, dal self-made man alla femme fatale, dal superuomo velleitario al sognatore inetto, dall’intellettuale fallito al nevrotico ossessivo, dall’omino di fumo alla marionetta senza fili, dall’indifferente all’eroe per caso, dal cafone all’alienato, dalla beat generation alla “gioventù cannibale”, e chi più ne ha più ne metta.

Si dovrebbe riflettere, poi, a latere, sui mutamenti, anche in questo strutturali, delle modalità di accesso e fruizione delle opere, sempre più vicine alle logiche del mercato e del consumo, anche nel senso deteriore dell’usa e getta, gli orizzonti di attesa, le forme di promozione, i premi letterari, i contesti spazio-temporali della lettura e le attività concorrenti, con gli inevitabili riflessi che l’insieme di queste condizioni ha finito per produrre nel plot, nell’immaginario, nei ritmi e nelle strutture dei testi. Andrebbero inoltre inseriti nell’elenco l’antisublime, il caravanserraglio della poesia “impura” o “inclusiva”, le estetiche espressionistiche del brutto e del grottesco, il fantastico e il surreale, versioni moderne del meraviglioso, lo stigma dell’incompiutezza, del work in progress e del non finito, il sentimento del tempo e l’esilio nei non luoghi, il naufragio dell’uomo nel “mare dell’oggettività”, il rapporto capovolto tra stato di natura e incivilimento, l’espansione continua dei paesaggi artificiali e la nascita di una coscienza ecologica. Qui si dovrebbe aprire, infine, il capitolo delle “declinazioni del visivo”, che vanta, specie negli ultimi decenni, esiti sempre più integrati e tecnologici di ibridazione dei linguaggi, ben al di là del concerto delle arti un tempo celebrato: dalla poesia visuale, alla sceneggiatura, al fototesto, al graphic novel, fino ai prodotti ipertestuali.

Langella Giuseppe
Professore ordinario di Letteratura italiana moderna e contemporanea presso l'Università Cattolica di Milano. Co-autore del manuale "Letteratura.it".