Il dibattito in corso
07 Maggio 2018

Il paradigma della modernità letteraria / 1

Per una didattica della letteratura italiana contemporanea
Langella Giuseppe

Ridurre la Letteratura italiana contemporanea a un’espressione puramente cronologica, come l’ultimo vagone, magari di terza classe, di un lungo e sontuoso convoglio, sarebbe miope ed elusivo. La modernità letteraria non può essere liquidata alla stregua di una sineddoche a minore, come semplice parte di un tutto. Essa si costituisce, infatti, in rapporto dialettico con la tradizione, rispetto alla quale introduce elementi tali di discontinuità e di rivolta, da richiamare piuttosto la figura dell’antitesi, o almeno dell’ossimoro. Perciò, non si può leggere lo svolgimento della letteratura nazionale come un processo unitario. Viceversa, chi si occupa ex professo di Letteratura contemporanea, condividendo con gli autori moderni quella che Harold Bloom ha chiamato L’angoscia dell’influenza, pone in risalto le fratture storiche, scrutina e misura nelle opere il tasso di originalità, apprezza la ricerca sperimentale e valuta sulla base dell’anomalia e dello scarto dai modelli.

D’altronde, le svolte di portata epocale che si sono verificate, su scala planetaria, nell’età contemporanea hanno mutato radicalmente il quadro istituzionale del sistema letterario, per cui lo statuto della nostra disciplina, figlio esso stesso della coscienza moderna, non potrebbe non tenerne conto. Penso, in particolare, alle conseguenze dirompenti della rivoluzione sociologica compiutasi tra Sette e Ottocento in seno al pubblico dei lettori per effetto della crescita esponenziale dei ceti borghesi e del patto d’alleanza stipulato perciò tra scrittori e popolo. Si confrontino, per stare a due titoli paradigmatici senza uscire di casa, Il Giorno di Parini, al di qua dello spartiacque, e I promessi sposi di Manzoni – “il libro per tutti”, secondo una memorabile definizione di Vittorio Spinazzola –, frutto del nuovo contratto sociale: non ci vuole una laurea per accorgersi che la letteratura esce completamente trasformata dall’audace scelta di campo compiuta dalla generazione romantica. Di fatto, nella veste linguistica e retorica non meno che sul piano del genere, dei temi e dell’immaginario, un solco incolmabile è stato scavato ed essa non sarà più quella di prima.

Ma penso anche, guardando agli ulteriori sviluppi, alle enormi ripercussioni che ha poi avuto sulla letteratura il progressivo, inarrestabile, affermarsi, nel corso del Novecento, della civiltà delle macchine, della società delle merci e dei consumi, della globalizzazione, dei mass media, dell’industria culturale, della rete e delle nuove forme di intrattenimento; col miraggio, più volte inseguito dagli intellettuali, di assumere un ruolo da protagonisti, cavalcando la tigre della modernizzazione tecnologica o issando le bandiere della rivoluzione, e il bisogno, alla fine, di venire a patti col mondo, a rischio di cedere alla tanto deprecata trahison des clercs, per non condannarsi in partenza alla marginalità, alla totale insignificanza. Considerata nel suo complesso, la letteratura contemporanea appare un deposito di allarmate diagnosi della crisi epocale in cui siamo precipitati, un labirinto senza apparenti vie d’uscita, descritto senza giri di parole, con accenti non di rado disincantati, quasi sempre critici, da profeti di sventure lucidi ma non rassegnati, anzi talvolta inclini perfino a tracciare sulla sabbia incerte, discontinue, utopie. I protagonisti della modernità letteraria hanno scelto, per lo più, di stare all’opposizione, apostoli laici e disarmati dei valori umani e dei diritti calpestati, testimoni scomodi e spine al fianco di tutti i poteri; hanno scavato trincee, scrutando dalle loro postazioni l’orizzonte della waste land contemporanea, hanno denunciato gli inferni metropolitani, l’alienazione e le nevrosi, l’aridità, la solitudine e la noia, le tragedie dello sfruttamento e della violenza; hanno letto i segni dei tempi, traendone, salvo rare eccezioni, i peggiori auspici.

Una didattica della Letteratura italiana moderna e contemporanea non può che muovere da qui, da questa consapevolezza dei mutamenti profondi che hanno interessato, negli ultimi secoli, l’alfabeto del mondo, i canali e i messaggi, parallelamente alla metamorfosi della società e dei costumi. L’obiettivo precipuo resta quello di trasmettere le coordinate della modernità, ovvero l’anamnesi degli elementi filogenetici che contraddistinguono la grande famiglia delle opere letterarie dell’età contemporanea, determinandone le affinità caratteriali e le traiettorie evolutive in rapporto variamente dialettico, mai di discendenza passiva, col lascito millenario dell’illustre prosapia degli antenati. Non sarebbe nemmeno pensabile esaminare i testi della letteratura moderna e contemporanea, senza tener conto di questa impronta peculiare che li differenzia da tutti gli altri. L’analisi contrastiva è consustanziale alla didattica della modernità letteraria, non foss’altro perché all’origine di ogni opera moderna, qualunque piega essa prenda, sta un atto deliberato di insubordinazione e di lesa maestà nei confronti della tradizione. Anzi, si potrebbe rappresentare l’intera parabola della modernità letteraria come la messa in scena di un irriducibile conflitto generazionale dall’esito inaspettato, dove è l’auctoritas, cioè, ad avere la peggio, sopraffatta dalla volontà, propria dei giovani, di mettersi alla prova, di affrontare fuori dagli schemi collaudati l’avventura della vita, di misurarsi col mondo che cambia e di diventare finalmente padroni del proprio destino, anche a costo di perdersi o di rompersi le ossa. Non per nulla, tra le forme narrative più frequentate dagli scrittori dell’età contemporanea e più caratteristiche della condizione moderna figura il romanzo di formazione, longevo come pochi altri, dotato di un’eccezionale capacità di rinnovarsi e di adattarsi ai cambiamenti storici e quindi stupendamente evergreen. La modernità letteraria discende da un parricidio simbolico e gli scrittori moderni in ogni loro creazione non hanno fatto altro che ripeterlo, anche se hanno dovuto sopportare, poi, la persecuzione del rimorso o sperimentare i disagi dell’orfanezza, il vuoto dell’assenza, la perdita del fondamento. Ma, volenti o nolenti, non potevano che refertare, con Nietzsche, il “crepuscolo degli idoli”, la morte dei padri.

Langella Giuseppe
Professore ordinario di Letteratura italiana moderna e contemporanea presso l'Università Cattolica di Milano. Co-autore del manuale "Letteratura.it".