Strumenti critici
04 Maggio 2020

Il Covid-19 e il Carnevalesco

Due percorsi paralleli
Savio Davide

Da quando è scoppiata l’epidemia di Covid-19, nel mondo della cultura si è fatto un gran parlare dei libri che hanno saputo raccontare situazioni di contagio analoghe a quelle del presente: I promessi sposi di Manzoni, naturalmente, e il Decameron di Boccaccio, ma anche l'Edipo re di Sofocle, La peste di Albert Camus, La morte a Venezia di Thomas Mann, L’amore ai tempi del colera di Gabriel García Márquez, cui andrebbero aggiunti almeno due racconti di Edgar Allan Poe, La maschera della morte rossa e Il re peste, e poi ancora Nemesi di Philip Roth, Teresa Batista stanca di guerra di Jorge Amado, La peste scarlatta di Jack London, Diario dell’anno della peste di Daniel Defoe, Cecità di José Saramago, Andromeda di Michael Crichton. Va sempre a finire così: si pensa sempre che la letteratura sia qualcosa di inutile, è un ritornello a cui siamo abituati, ma poi, quando qualcosa di complesso e indecifrabile si affaccia alla nostra esperienza di tutti i giorni, niente meglio della letteratura sa fornirci le chiavi di lettura più adatte per fare i conti con il diverso, il perturbante, l’ignoto.

 

Una chiave che sembra sfuggita ai più, e che invece spiega molto intorno alla realtà con cui abbiamo dovuto fare i conti a partire dai primi di marzo, è quella del Carnevalesco. Il concetto è stato studiato in particolare dal russo Michail Bachtin nei suoi libri su Dostoevskij (1963) e L’opera di Rabelais e la cultura popolare (1965), che tanta importanza avevano avuto già per la generazione di scrittori vissuti negli anni complicati intorno al Sessantotto. Ma, anche rimanendo al livello della percezione più immediata, alcune somiglianze tra le settimane del Covid-19 e il carnevale saltano agli occhi. Prima di tutto, beh, l’epidemia è scoppiata nei giorni di carnevale. Domenica 23 febbraio, martedì 25, tutti gli eventi sono saltati, proprio in quelle ore si cominciava a comprendere l’eccezionalità della situazione, la necessità di compiere un gesto enorme per interrompere la diffusione dei contagi. In apparenza, quindi, il Covid-19 ha causato l’anti-carnevale: che per eccellenza, come rilevava Bachtin, è una festa di piazza, di popolo, di promiscuità tra le persone. Esattamente le cose che in quel momento venivano negate: isolamento domiciliare, distanziamento sociale.

 

Alcuni aspetti del carnevale, però, sono inevitabilmente filtrati nell’esperienza quotidiana. Primo su tutti: la maschera. Anzi: la mascherina. Abbiamo tutti cominciato a coprirci il volto, vittime di un’impensabile incertezza intorno alla nostra identità: eravamo sani? Malati? Portatori asintomatici del virus? Eravamo potenziali carnefici, oppure potenziali vittime? In assenza di tamponi, nessuno di noi avrebbe più potuto fidarsi dell’altro. Persino all’interno delle case, delle famiglie, è stato raccomandato di mantenere le distanze. Se credevamo che la nostra identità risiedesse solo nei dati anagrafici, nome, cognome, codice fiscale, oppure nelle caratteristiche fisiche, occhi chiari, gambe lunghe, oppure nel carattere, ci sbagliavamo: anche la malattia ha un ruolo nel definire chi siamo (come il Novecento ci ha insegnato fin troppo bene, da Svevo a Gadda, da Giuseppe Berto a Mario Tobino).

 

Dunque, maschere, anzi mascherine. Che con il passare delle settimane hanno assunto forme sempre più personalizzate: mascherine a fiori, oppure griffate, con il logo di una squadra di calcio o di un’azienda, con la bandiera italiana, con la stampa di una bocca sorridente. È degli ultimi giorni la commercializzazione del trikini, il bikini con la mascherina abbinata. Stiamo cercando di fagocitare anche la mascherina, questo ostile e indesiderabile apparato, nel meccanismo con cui creiamo la nostra identità. Ma l’aspetto davvero sintomatico è che, spesso, nei meme e sui giornali, abbiamo potuto fare due risate (carnevalesche) davanti a persone che alla mascherina avevano sostituito proprio la maschera (di carnevale). Abbiamo visto gente camminare per strada nei panni di Darth Vader, gente fare la spesa con la muta da sub, o altri portare a spasso il cane camuffati da barattolo di amuchina; altri vestirsi proprio da cani, fingendo di farsi portare a spasso da un amico. Il carnevale è appunto questo: infrazione e scherno dei divieti sociali, travestimento, ribaltamento dei ruoli. È degno di nota che molti di noi, durante il lockdown, abbiano cambiato i connotati del proprio aspetto: tra gli uomini, chi portava la barba se l’è tagliata, chi, al contrario, si rasava ogni mattina, ha cominciato a farsela crescere; qualcuno ha riscoperto le basette o i baffi. L’esatto rovesciamento della maschera che usiamo nella vita normale (si tratta comunque di una maschera, Pirandello insegna): una maschera per la vita eccezionale causata dall’epidemia. E questo è ancora il carnevale: un segmento di esistenza che infrange ogni schema, radicalmente alternativo alla normalità.

 

La maschera fabbricata per il lockdown ci porta rapidamente a riflettere su un’altra questione: pur rimanendo in casa, moltissimi di noi non hanno rinunciato alle proprie reti sociali; spesso, anzi, le hanno allargate, rimettendosi in contatto con amici o familiari che erano stati trascurati da tempo. Il desiderio di non sentirsi soli ha portato a fenomeni curiosi, come le “aperichat”, gli aperitivi in video, ma più in generale ha distrutto la barriera tra pubblico e privato, faticosamente eretta dalla civiltà borghese al principio della modernità. Una circostanza non così anomala, quando si parla di rapporti tra persone vicine, ma decisamente insolita quando si allarga il discorso a considerare lo spazio lavorativo. Moltissime persone hanno dovuto fare riunioni, o lezioni, da casa, a partire dagli insegnanti: questo significa che l’ambiente domestico ha perso la propria peculiarità, quella di essere un ambiente “privato”, ossia etimologicamente “tolto”, “sottratto” alla dimensione pubblica. Anche questo, a ben vedere, è un dato tipico del carnevale: non usciamo in piazza, ma la nostra stessa casa è diventata una piazza aperta (a pochi colleghi o allievi, nel caso degli insegnanti; a tutti, nel caso di cantanti, attori, scrittori e celebrità varie, che hanno sostituito con lo streaming gli incontri pubblici).

 

Un ultimo aspetto, stavolta lessicale, va messo in rilievo. Il carnevale, una volta terminato, cede il passo alla quaresima. L’arrivo del Covid-19, in maniera analoga, ha aperto un lungo periodo di quarantena. L’etimologia, come si vede, è la medesima. E ci riporta a quei periodi in cui, anticamente, le società si costringevano a un periodo di disintossicazione, di purificazione, ben consapevoli degli effetti collaterali e delle scorie che la vita di tutti i giorni porta con sé. Lo sappiamo: i momenti di digiuno fanno bene all’organismo; i momenti di solitudine fanno bene allo spirito. Su scala globale, lo stop alle nostre attività ha fatto bene alla natura: l’aria si è ripulita, l’acqua è tornata trasparente, gli animali hanno ritrovato il posto perduto nell’ecosistema. Svevo, al termine della Coscienza di Zeno, immaginava una bomba con cui l’universo si potesse liberare dalle malattie, ma anche dalla malattia chiamata uomo. La quaresima dettata dal Covid-19 ci servirà forse a rinegoziare il nostro rapporto con ciò che ci sta intorno, dall’ambiente alle persone. A valutare che per ogni azione esiste sempre una reazione, per ogni dritto un rovescio. Che è poi lo scopo per cui la civiltà ha sempre fatto detonare l’ordigno del carnevale.

Savio Davide
Curatore del blog Letteratura.it