Il dibattito in corso
09 Marzo 2020

Il buonsenso dell'ignoranza

Un percorso da Socrate a Google
Colombo Roberta

«Professoressa, mio papà dice sempre che sono ignorante. Ma non vuole insultarmi, mi fa solo notare che ignoro alcune cose. Lei altrimenti non sarebbe qui». Sono le parole di uno studente di sedici anni, pronunciate nel tentativo un po’ goffo di giustificare la sua impreparazione sulle avventure di Renzo e Lucia. Eppure, al di là della strategia messa in atto per sottrarsi all’interrogazione, questo pensiero non appare del tutto sbagliato. Anzi, avrebbe fatto la felicità di Socrate e del suo gnōthi seautón. L’ignoranza infatti non è sinonimo di stupidità, ma una condizione del tutto normale dell’essere umano, un suo diritto, purché non sconfini nella pigra ostinazione a non conoscere. Nessuno, d’altra parte, potrebbe vantarsi di abbracciare la totalità del sapere, e ogni sforzo in tal senso risulterebbe inutile, perché a prescindere dai limiti naturali della nostra mente ci sono aspetti del mondo di cui per una sorta di timore non vogliamo essere consapevoli o che semplicemente non ci interessa esplorare. In effetti anche tra le pagine della letteratura non mancano esempi a riguardo, dalla mania enciclopedica di Bouvard e Pécuchet in Flaubert (1881), che si conclude con il crollo definitivo delle illusioni di fronte al «groviglio inestricabile» della realtà, alle indagini del commissario Ingravallo di Gadda, destinate a languire in una matassa di indizi (Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, 1957), fino agli intrecci del Calvino combinatorio, per cui «la scrittura sarà sempre un tentativo di raggiungere l’infinita molteplicità dell’esperienza», senza «arrivarci mai» (I quaderni degli esercizi. Intervista di Paul Fournel a Italo Calvino, 1985). E a questo punto non è difficile capire l’errore in agguato tra le parole dell’alunno poco studioso: quel «Lei altrimenti non sarebbe qui» corre il rischio di elevare il ruolo dell’insegnante da guida valida, come è giusto che sia, ad autorità onnisciente. In tal caso si dovrebbero prevedere una scuola di tuttologia invece di un corso di specializzazione, un unico docente e non più un corpo docente. In fondo l’approccio interdisciplinare che viene promosso oggi nei percorsi scolastici, oltre a costituire un aiuto nella lotta al binomio dei programmi vasti e dei tempi ristretti, testimonia a un livello più profondo la necessità di unire le proprie conoscenze, o forse colmare le proprie mancanze, per trasmettere alle classi un’enciclopedia dei saperi il più completa possibile, ma non per questo priva di imperfezioni. Un’«opera aperta», direbbe Eco, in cui l’acquisizione di competenze mira a colmare i vuoti lasciati dal non conoscere, facendo della flessibilità la nuova parola d’ordine.

 

L’ignoranza insomma «è un fenomeno pervasivo e influente, fondamentale per emozioni, azioni, relazioni sociali, cultura», talvolta addirittura un modo per progredire, sostiene Antonio Sgobba, che non a caso sceglie come titolo del suo «atlante dell’ignoranza» un punto interrogativo (?. Il paradosso dell’ignoranza da Socrate a Google, 2017). Nello scontro tra i filosofi della conoscenza e i paladini del non sapere l’autore traccia una terza via, ovvero «una teoria dell’ignoranza che ne riconosca il ruolo senza cadere negli eccessi speculari», con la consapevolezza che l’unico antidoto a un universo in continua espansione non sia l’opposizione violenta, bensì la sua analisi per meglio comprenderlo e sintetizzarlo. Si tratta in altre parole di costruire un’enciclopedia del tutto particolare, che se non fosse dotata di un meccanismo in grado di risolvere la polarità scomposizione-aggregazione finirebbe per negare la sua stessa natura di serbatoio della cultura, divenendo un anti-serbatoio. È quanto accade per esempio cercando risposte su Google, l’anti-serbatoio per eccellenza, dove il sapere illimitato non fa altro che accrescere l’ignoranza, così da innescare un cortocircuito mentale noto come effetto Dunning-Kruger. Più è forte la tensione a “divenir del mondo esperto”, più si ha la percezione di conoscere troppo poco; al contrario chi è meno competente spesso si sopravvaluta e finisce nella rete della sua ignoranza inconsapevole, che le nuove tecnologie dell’informazione amplificano al punto da instaurare, secondo Mario Perniola, «un totalitarismo comunicativo» basato sul nulla (Contro la comunicazione, 2004).

 

Ancora una volta, allora, l’unica soluzione possibile sta nell’accettare l’ignoranza come parte di noi, cercando di pacificare gli schieramenti opposti che Sgobba chiama «Movimento degli Ignoranti» e «Lega dei Sapienti», pronti a darsi battaglia fin dal secolo dei Lumi. Del resto già dal Settecento, tra il modello populista alla Rousseau e il culto della conoscenza praticato nell’Enciclopedia, che sembrano peraltro anticipare le retoriche speculari dei nostri Trump-Obama, si collocano tentavi di sintesi che farebbero la gioia di qualsiasi cultura enciclopedica e anche di chi questa cultura si impegna a trasmettere, in primis gli insegnanti. Voltaire delinea infatti il ritratto del Filosofo ignorante (1766), intento a indagare i misteri dell’universo pur rinunciando a ogni desiderio di dominarli, Kant inneggia al Sapere aude, ma è meticoloso nel disegnare i confini della conoscenza. E anche Pierre Bayle sfrutta il metodo dubitativo per offrire una rappresentazione del sapere smisurata quanto incompleta nel suo Dizionario storico-critico (1697-1702), modello dell’Encyclopédie stessa, che in fondo non è del tutto estranea alla logica del compromesso. A tal proposito, nell’introduzione all’opera d’Alembert rivela di tendere alla globalità tracciando «carte particolari molto minute», che già prefigurano lo sforzo contemporaneo a riconoscere la parzialità, ovvero l’ignoranza del totale, come requisito dell’esplorazione.

 

Conoscenza e ignoranza sono dunque «una cosa sola», evidenzia Sgobba, per cui vale la pena allenarsi già sui banchi di scuola a pensare entro i limiti del pensiero. È questa l’idea anche dei due economisti Devjani Roy e Richard Zeckhauser, che individuano nel loro settore la mancanza di strumenti efficaci a controllare l’ignoranza, trovando piuttosto nella letteratura «il meccanismo centrale attraverso il quale la mente codifica la realtà», ben oltre le pareti di un laboratorio (The Anatomy of Ignorance: Diagnoses from Literature, in Routledge International Handbook of Ignorance Studies, 2015). Insomma i libri insegnano che il vuoto non implica per forza la resa o il fallimento. Persino le grandi storie che ci accompagnano da secoli e le saghe di maggior successo prevedono personaggi ignari del loro destino, lettori che non conoscono come le vicende si svilupperanno, ma anche narratori che si apprestano a raccontare senza sapere se mai riusciranno a portare a termine la loro opera, in che modo lo faranno, quali interpretazioni ne darà il pubblico una volta gettato l’amo. Significativo è il caso di George R.R. Martin, travolto dal successo delle sue Cronache del ghiaccio e del fuoco, da cui è tratta la serie televisiva Game of Thrones, che confessa di avere una sola certezza: «Continuerò a scrivere. Un capitolo alla volta. Una pagina alla volta. Una parola per volta» (Last Year. Winds of Winter, «LiveJournal», 2 gennaio 2016). Il tutto mentre i suoi lettori si affrontano a colpi di ipotesi e profezie, generando una vera e propria sfida conoscitiva tra ignoranti, tra persone che ignorano. La scoperta del limite diventa quindi incentivo a proseguire nella ricerca. Forse è questo uno dei contributi più importanti della letteratura: educare alla conoscenza sfruttando il buonsenso dell’ignoranza.

Colombo Roberta
Dottoranda in Studi umanistici presso l'Università Cattolica di Milano e docente di materie letterarie presso la scuola secondaria di secondo grado.