Esperienze didattiche
11 Giugno 2018

I ragazzi scrivono di sé

Dire addio sulle orme di Caproni
Rovetta Monica

La prof.ssa Monica Rovetta, del liceo "Veronica Gambara" di Brescia, presenta su Letteratura.it i risultati maturati all’interno di una verifica sul testo poetico di Giorgio Caproni Atque in perpetuum, frater, che prevedeva lo svolgimento dell’analisi testuale e una riscrittura poetica impostata sulla base del testo di partenza o, in prosa, la stesura di una lettera immaginaria ad un amico per informarlo del lutto occorso al poeta.

 

 

«Addio Simone».

 Così Elena, classe seconda del liceo delle Scienze umane, inizia il suo componimento nel compito di riscrittura della poesia Atque in perpetuum, frater, che Giorgio Caproni ha dedicato alla morte del fratello:

 

Atque in perpetuum, frater...
Quanto inverno, quanta
neve ho attraversato, Piero,
per venirti a trovare.

Cosa mi ha accolto?

Il gelo
della tua morte, e tutta
tutta quella neve bianca
di febbraio – il nero
della tua fossa.

Ho anch’io
detto le mie preghiere
di rito.

Ma solo,
Piero, per dirti addio
e addio per sempre, io
che in te avevo il solo e vero
amico, fratello mio.

 

Generalmente un po’ svogliata, in particolare nell’analisi del testo poetico di Caproni, Elena decide comunque di cimentarsi in un suo scritto, in versi, riprendendo il tema della perdita. Forse, pensa l’insegnante, sta dando voce ad una delusione d’amore, la fine della storia con Simone, e la esprime in forma d’addio, ignorando che l’archetipo cui si ispira il testo di partenza è l’epigramma 101 di Catullo:

 

Multas per gentes et multa per aequora vectus

advenio has miseras, frater, ad inferias,

ut te postremo donarem munere mortis

et mutam nequiquam alloquerer cinerem,

quandoquidem fortuna mihi tete abstulit ipsum,

heu miser indigne frater adempte mihi!

Nunc tamen interea haec, prisco quae more parentum

tradita sunt tristi munere ad inferias,

accipe fraterno multum manantia fletu,

atque in perpetuum, frater, ave atque vale.

 

L’insegnante si stupisce che l’alunna, poco interessata in genere alle proposte didattiche, non ripieghi sull’opzione più facile prevista dalla consegna, quella di una lettera immaginaria in prosa, ma scelga la strada di una composizione poetica, decisamente più impegnativa, sia sul piano formale, sia sul piano dei contenuti; la quale, per la natura soggettiva del testo poetico, richiede un’esplorazione del proprio mondo interiore e una disponibilità a esporlo a sguardi indiscreti. Nei ragazzi c’è un pudore a rivelare i propri pensieri intimi, ma nello stesso tempo un desiderio di farsi conoscere e apprezzare come persone dotate di una ricchezza di pensieri e di sentimenti, non facilmente rintracciabili dietro l’esibizione di atteggiamenti distratti, annoiati e per lo più refrattari alle sollecitazioni didattiche. Procedendo nella lettura, l’insegnante scopre che Simone non se n’è andato per la sua strada, è morto. A questo punto la poesia acquista un peso di dolore decisamente maggiore. Ma la sorpresa più spiazzante è scoprire, in classe, dopo un pianto a dirotto a cui ha dato la stura la lettura in classe di questa e di altre poesie dei compagni, che quello che sembrava l’amico Simone è in realtà il padre di Elena, mancato cinque anni prima, che lei chiama con il suo nome di battesimo, rivolgendosi a lui come a un coetaneo.

La lettura delle riscritture di altri giovani poeti in erba svela nei miei alunni un mondo fatto di precoci esperienze di dolore, di perdita di persone care, non ancora elaborate, e un grande bisogno di dirle, un desiderio di sfogo ma anche la scoperta che la parola poetica, con le sue regole di disciplinamento ritmico e di scelte lessicali alte (oh! Lo stupore di saper usare parole quasi sconosciute al proprio vocabolario giovanile!) può oggettivare l’esperienza di dolore e quindi darle un senso; che la propria creazione poetica può essere un mezzo per chiedere aiuto e un modo per pretendere rispetto della propria svagata adolescenza, così spesso guardata con diffidenza dagli adulti; che il linguaggio poetico può diventare un linguaggio congeniale alla propria urgenza espressiva e che può dare dignità alla profondità del proprio sentire; che può far scoprire che c’è una serietà nel mondo giovanile fatta di quelle cose che più stanno loro a cuore, ma di cui è difficile parlare tra pari e con l’abituale linguaggio un po’ povero dei pari.

Questa disposizione attraversa un po’ gli scritti di tutti gli alunni, qualcuno dotato di più cura formale, qualcuno meno, ma sempre di contenuto alto, e sorprendentemente profondo, così come succede nel testo di Mariagrazia, che ha perso la mamma da anni; in quello di Giulia, che ha perso il padre, rapito dall’angelo della morte, un angelo crudele ma gentile nelle rappresentazioni pittoriche di creatura angelicata; di chi ha perso la nonna, presenza rassicurante nel mondo severo dei genitori. E poi c’è la felicissima soluzione del registro giocoso scelto da Silvia, per indirizzare una lettera in versi alla sorella lontana, di cui avverte la mancanza, ma che vuole sdrammatizzare in rime baciate come in una filastrocca.

Rovetta Monica
Docente di materie letterarie presso il Liceo "Veronica Gambara" di Brescia.