Leggere i testi
25 Maggio 2020

I leoni di Sicilia

La saga dei Florio tra romanzo storico e aziendale
Geremia Lucia

Nel suo romanzo I leoni di Sicilia. La saga dei Florio (EditriceNord, 2019) l’autrice Stefania Auci ripercorre l’ascesa di una delle più grandi famiglie di imprenditori illuminati che l’isola abbia mai conosciuto. In seguito al terremoto del 1799, i fratelli Paolo e Ignazio Florio lasciano Bagnara Calabra per trasferirsi a Palermo, dove a partire da una piccola aromateria mettono in piedi un vero impero commerciale.

Alla storia privata delle due generazioni protagoniste si intreccia sin da subito la più grande Storia della Sicilia risorgimentale, che viene segnalata a inizio capitolo nei suoi avvenimenti più salienti. Sotto i fermenti rivoluzionari accade, infatti, che un certo Francesco Crispi diventi l’avvocato di Vincenzo Florio, figlio di Paolo, con il quale continua lo slancio della casata. Un’accurata miscela di documento e inventio, che sotto forma di romanzo storico si colloca sulla linea di Buddenbrook (1901) di Thomas Mann, o della Casa degli Spiriti (1982) di Isabel Allende (che la stessa Auci ha dichiarato di aver letto poco prima di intraprendere la scrittura della saga). Per certi versi, si può parlare anche di romanzo aziendale, che (finalmente) racconta non l’aristocrazia del Gattopardo (1958) di Tomasi di Lampedusa – al quale pure si guarda –, bensì l’alta borghesia imprenditoriale, spesso poco indagata, che i Florio ben rappresentano nella Palermo della Belle Époque.

Infatti, con le sue strade merlettate e il profumo di gelsomino misto alla puzza di fogna, il capoluogo siciliano si lascia raccontare nelle sue contraddizioni, insieme a un Meridione che ancora oggi vive le stesse fratture. Tuttavia, insolita è la prospettiva attraverso cui si guarda: non è quella dei poverissimi dei Malavoglia, né tantomeno della «stirpe esausta» degli Uzeda, vicerè di Sicilia. Forse, anche nel linguaggio utilizzato c’è l’intento di scongiurare un ritratto stereotipato o semplicemente didascalico dei personaggi, dei quali vengono scavati ragioni e sentimenti. E anche se la scrittura strizza l’occhio a Verga, tuttavia la mescolanza tra italiano e dialetto (lo si incontra rare volte) ricorda più un Camilleri, che attraverso il siciliano offre le parole giuste al momento giusto. Lo stile semplice e descrittivo alterna pagine dense di fatti e antefatti a dialoghi ariosi e concitati (colpisce, ad esempio, la scena dell’incidente al piccolo Ignazio, erede di Vincenzo Florio), che permettono al lettore di seguire da vicino il percorso di riscatto sociale dei Florio, da «facchini» a «leoni di Sicilia».

Sarà interessante conoscere il prosieguo, con il secondo e ultimo volume, di un secolo di storia lasciata a metà (1799-1868) e, non di meno, la resa televisiva: RaiFiction ha annunciato una serie ispirata al romanzo. Insomma, un caso letterario che, sulla scia dell’Amica geniale di Elena Ferrante (pubblicata da E/O tra il 2011 e il 2014 e da novembre 2018 divenuta una miniserie televisiva), porterà sul piccolo schermo un altro spezzone di Mezzogiorno che permetta – almeno questo è l’auspicio – di guardare con maggiore consapevolezza alle vicende dei piccoli e grandi insieme.

  

Geremia Lucia
Dottore di ricerca in Letteratura italiana contemporanea all’Università Cattolica di Milano