Leggere i testi
08 Ottobre 2018

Elogi del riassunto

12 scrittori per 12 classici
Savio Davide

Tra le pratiche più temute dagli studenti, insieme allo studio mnemonico dei testi, c’è senz’altro quella del riassunto. Perché implica alcune competenze che si acquisiscono solo con il tempo, con dedizione e una certa fatica: bisogna leggere da cima a fondo un libro o un racconto, prima di tutto; ricostruirne la trama, mettendo a sistema i rapporti tra i vari personaggi; infine penetrare nelle stanze segrete della letteratura, quelle dove si nascondono il «sugo» della storia, il messaggio che l’autore intendeva rappresentare, la sua visione del mondo. Un esercizio non facile, che non si può svolgere in maniera meccanica o acritica: che chiede di uscire da se stessi per esplorare un territorio sconosciuto, estraneo alle coordinate con cui siamo soliti interpretare la vita di tutti i giorni. Proprio per orientarsi all’interno di un’attività così complessa, eppure fondamentale per capire l’essenza dei libri che costituiscono il patrimonio della nostra cultura, non sono mancati esperimenti d’autore, che cercavano di replicare l’esercizio tante volte ripetuto nelle aule scolastiche, ma a un altissimo livello di consapevolezza letteraria.

 

Il 10 ottobre del 1982, ad esempio, sulle colonne dell’«Espresso», Umberto Eco chiedeva a 12 celebri scrittori di riassumere altrettanti classici della letteratura di tutti i tempi, sotto l’insegna Elogio del riassunto. Erano coinvolti romanzieri come Italo Calvino, Alberto Moravia, Luigi Malerba, Alberto Arbasino, Piero Chiara, e poeti come Attilio Bertolucci, Giovanni Giudici, Giovanni Raboni, oltre allo stesso Eco e a nomi oggi un po’ più dimenticati dal grande pubblico (Cesare Garboli, Giovanni Mariotti, Ruggero Guarini). Messi alla prova sulla biblioteca d’eccellenza dell’Occidente: Robinson Crusoe di Daniel Defoe (1719), Delitto e castigo di Fedor Dostoevskij (1866), Ulisse di James Joyce (1922), La certosa di Parma di Stendhal (1839), Alla ricerca del tempo perduto di Marcel Proust (1913-1927), Le affinità elettive di Goethe (1809), I miserabili di Victor Hugo (1862), David Copperfield di Charles Dickens (1849), Madame Bovary di Gustave Flaubert (1857), e ancora La divina commedia, Orlando furioso, I promessi sposi. Come si vede, forse con una punta di malizia, Eco ha chiesto ai partecipanti di cimentarsi in prevalenza con il romanzo, spesso di vastissime dimensioni, insomma con il genere più difficile da sintetizzare in poche righe. Solo se volessimo elencare i personaggi principali di uno dei libri citati, poniamo I promessi sposi, sforeremmo con la lunghezza richiesta agli autori coinvolti («sedici righe dattiloscritte»): poi ci sarebbero da menzionare la trama, il contesto, lo stile e il messaggio (i messaggi) di Manzoni... Come cavarsela?

 

Prima di riportare i riassunti d’autore, Eco fa il punto sull’argomento con una breve premessa. Il riassunto, come lo studio a memoria, è difficile, sì: ma necessario, perché ci obbliga a un’operazione fondamentale anche nella vita di tutti i giorni, «condensare le idee». Quando seguiva un corso per telecronisti alla televisione, Eco era stato stimolato in modo originale: gli era stato chiesto di condensare una notizia in un riassunto che durasse un minuto e mezzo; poi gli era stato detto di rifare il riassunto, ma in modo che si potesse leggere in un minuto; infine, le stesse cose dovevano essere asciugate per scendere al mezzo minuto. Apprese allora una lezione importante: in definitiva, riassumere vuol dire prendere una posizione, scegliere. Quello che è essenziale e quello che lo è meno. Per arrivare al cuore stesso del messaggio che si nasconde tra le righe del libro analizzato.

 

In ogni caso, non si può scrivere un riassunto affrontando il testo con occhio neutrale: «Scegliere non significa solo selezionare dei fatti, ma pronunciare implicitamente un giudizio critico. Quindi il riassunto di un romanzo non è mai un caso di semplice informazione: è un atto critico». Le parole di Eco sono importanti a maggior ragione oggi, in un mondo sempre più traslato nella dimensione virtuale del web, che si pone davanti a noi come una grandinata di informazioni che si accumulano all’infinito. Non è con un approccio quantitativo che possiamo avventurarci tra le righe del testo; serve semmai l’originalità del nostro sguardo, la capacità di vedere nella pagina scritta quel significato che sta aspettando proprio noi per essere decifrato: «Il riassunto di un romanzo non serve mai per sapere qualcosa sul romanzo, ma per sapere qualcosa sul critico che lo riassume». Come diceva Cristoforo Colombo, si tratta un po’ di buscar el Levante por el Poniente: alla fine del viaggio scopriamo non solo l’essenza del libro, ma anche qualcosa su noi stessi, sulla particolare prospettiva da cui interpretiamo la realtà che ci circonda.

 

Riassumere, insomma, è un esercizio che ci mette a contatto con le idee: le nostre, quelle dell’autore. Se andiamo a leggere il riassunto che Umberto Eco allestisce per l’Ulisse di Joyce, lo troviamo ricco in effetti di intuizioni, interpretazioni, portali d’accesso: così Stephen Dedalus è «simbolo dell’esilio spirituale», mentre Leopold Bloom, «alla ricerca inconsapevole di una paternità insoddisfatta», è «simbolo dell’esilio carnale»; in un libro che «riproduce la struttura del mondo», il linguaggio viene indicato come «vero protagonista della storia», mentre «i fatti del romanzo non contano per quel che sono, ma in quanto appaiono e si concatenano nel monologo mentale dei protagonisti». Questo apprendiamo dal riassunto che Eco propone con «scopi didattici»; ma, dice nella premessa, il romanzo si sarebbe potuto affrontare anche secondo altri approcci, ben più sintetici:

 

«Uscito alla metafisica ricerca di un figlio, ebreo dublinese sensuale e pasticcione, mette un amante nel letto della moglie insoddisfatta».

«La vita quotidiana a Dublino, città-universo, vista in parte dal di fuori e in parte dal di dentro, attraverso la testa di tre persone».

«Il mito omerico rivisitato in chiave piccolo borghese, ovvero la nostra epica non può essere che in giacca e bombetta, e non sappiamo chi ci aspetta a Itaca».

«Un giovane che filosofeggia, un uomo che vorrebbe far l’amore, una donna che lo farà, ma mentre loro pensano, chi fa davvero l’amore è il linguaggio».

 

Quattro letture che privilegiano l’asciuttezza e che vanno nella direzione del riassunto fulmineo di Francis Fergusson, teorico del teatro per il quale l’Edipo re si poteva condensare in un poliziesco, quasi freudiano «Cercate il colpevole». A vedere un riassunto svolto in tre parole verrebbe da rivalutare le «sedici righe dattiloscritte» che Eco offriva agli attori del suo esperimento. D’altronde, accanto a un maestro del genere breve come Italo Calvino, erano stati coinvolti autori facondi come Arbasino e Bertolucci, Giudici e Chiara: come se la sono cavata? Partiamo da Piero Chiara, cui sono stati affidati I promessi sposi. C’è da dire che il rapporto dell’autore con il romanzo di Manzoni ha una storia di lungo respiro: già nel 1970-1971, Chiara aveva lavorato al trattamento cinematografico per un film sui Promessi sposi, sviluppato per i primi capitoli, limitato al riassunto per i successivi; la riscrittura, parodica e persino con venature erotiche, sarebbe stata pubblicata solo postuma da Mondadori, con il titolo I promessi sposi di Piero Chiara (1996). Ma nel frattempo, appunto, Eco aveva chiesto un riassunto dell’intero capolavoro di Manzoni; questo il risultato:

 

Il filatore Renzo Tramaglino e la filatrice Lucia Mondella stanno per passare a nozze. Don Rodrigo, un signorotto che concupisce Lucia, cerca d’impedire il coniugio. Un frate s’intromette, caritatevolmente, a quanto pare. Il matrimonio va a monte, ma fallisce anche il tentativo di ratto della giovane. Lucia si rifugia in convento e Renzo va a Milano. Coinvolto per minchioneria in un moto di piazza, il giovane sfugge agli sbirri e passa il confine. Don Rodrigo non molla, e a mezzo di un amico, l’Innominato, riesce a far rapire Lucia. Ma l’amico si pente e consegna la giovane al cardinal Federigo.

Intanto scoppia la peste, che sistema tutto. Don Rodrigo muore, Renzo torna dall’esilio, sposa Lucia, diventa industriale tessile, poi padre di numerosa prole. In tal modo, lascia intendere il Manzoni, opera la Divina Provvidenza.

 

La trama c’è; potremmo dire che manca tutto il resto: la visione del mondo di Manzoni, innanzitutto, che viene allusa solamente nell’ultima riga e in modo assolutamente distorto, irriconoscibile. Ugualmente fedele alla trama – e lontano dalla fisionomia dell’autore – è il riassunto della Certosa di Parma presentato da Bertolucci; molto più disposto al commento è il brano di Giovanni Giudici, che riassume David Copperfield a partire da un incipit strepitoso: «Troppi personaggi». Con intelligenza e ironia, Giudici fornisce le coordinate fondamentali per entrare nel contesto storico e sociale del romanzo (David fugge «nella babele della Londra vittoriano-industriale e delle sue insidie, dal lavoro minorile all’accattonaggio organizzato»), senza dimenticarsi però di schizzare rapidi profili dei suoi protagonisti (da David che «è quasi Dickens» ad Uriah Heep, «il cattivo per eccellenza», passando per le due mogli di David, specialmente Dora che «è un po’ fatua e Dickens la fa provvidamente morire per sostituirla con l’altra, moglie-angelo»). Decisamente interpretativo è invece il riassunto di Alberto Arbasino, che anche davanti a Madame Bovary si dimostra un profondo conoscitore della borghesia, denudata tra il filosofico, il saggistico e il caricaturale con il consueto stile, insieme raffinato e pop:

 

La Biblioteca ha colpito ancora. Dopo Don Chisciotte sul campo dell’avventura cavalleresca, la nuova vittima della iper-lettura sconsiderata si chiama Emma Bovary, nella sfera dell’evasione romantica e velleitaria dalle miserie senza splendori del quotidiano tran tran. (Nei Promessi sposi, invece, la Biblioteca incoraggia l’inazione: dunque non vi sarà un “donferrantismo” proverbiale accanto al donchisciottismo e al bovarismo).

“La Bovary sono io”, dichiara giustamente Flaubert, collezionista maniacale di banalità e stoltezze preferenzialmente immagazzinate in Bouvard e Pécuchet, ma attribuite alla Signora ove si privilegi il Kitsch sentimentale della passione e dello Chic, retribuito con punizioni crudeli: non emottisi eleganti, ma l’usuraio e il veleno per topi. I veri protagonisti: non povere donne sognanti e rustici modesti, azzimati vagheggini e positivisti filistei, bensì artifici strutturali bellissimi, e la messa a morte anticipata delle idee middlebrow.

 

In un trafiletto di densità estrema, un autentico micro-saggio di letteratura, Arbasino fa esplodere il romanzo di Flaubert, scaraventando il lettore in un tour bibliofilo che tocca Don Chisciotte, I promessi sposi, Bouvard e Pécuchet ma anche Splendori e miserie delle cortigiane di Balzac, implicitamente citato – così come L’impero colpisce ancora, secondo film della saga di Guerre stellari che era apparso nelle sale cinematografiche solo due anni prima, nel 1980. Tra Kitsch e Chic, tra «emottisi eleganti», «idee middlebrow» e «quotidiani tran tran», Arbasino non ci dice praticamente nulla sul libro che sta riassumendo, tanto che al lettore ignaro potrebbe rimanere il dubbio: di che parla Madame Bovary? Eppure, magari proteggendoci dal luccicore della prosa con dei buoni occhiali da sole, potremmo persino dire di avere cominciato a capire il libro: senza neppure averlo aperto.

 

E Italo Calvino, cui più volte si è fatto cenno? La questione sollevata da Eco lo interessò così tanto da spingerlo a scrivere a sua volta un breve intervento, uscito su «la Repubblica» del 22 ottobre con il titolo Poche chiacchiere!, nel quale cercava di stabilire una distinzione di genere tra il riassunto e quanto fatto, ad esempio, da Arbasino: «Il riassunto deve essere costituito da enunciazioni, pensieri e possibilmente parole contenute nell’opera da riassumere, cioè deve tendere a renderne anche l’aspetto formale, stilistico, mettendo in evidenza lo spirito che quella determinata forma esprime. Non deve insomma essere un discorso sull’opera, un commento, una definizione del suo significato in linguaggio critico-teorico. Altrimenti diventa un breve saggio critico, che è un’altra cosa». In termini estetici, potremmo dire che Calvino rifiuta la distinzione tra forma e contenuto, ritenendo che la forma, lo stile utilizzato da un autore, sia essa stessa parte integrante del contenuto (un’idea che aveva già ribadito Luigi Pirandello, a suo tempo, in polemica con Giovanni Pascoli, nel volume di saggi Arte e scienza del 1908). Sull’«Espresso», d’altro canto, Calvino aveva dato un’ottima prova di quanto esposto in queste righe con il riassunto del Robinson Crusoe: scegliendo solo «termini concreti e disadorni, come è nello stile di Defoe», l’autore rendeva perfettamente le caratteristiche del romanzo, all’incrocio tra «spietatezza mercantile» e «contrizione religiosa»:

 

Un naufrago raggiunge un’isola deserta, unico scampato. Ha con sé solo pipa e tabacco. Dal relitto faticosamente recupera provviste, rum, armi, munizioni (andrà a caccia d’uccelli e capre), ascia e sega (costruirà un fortino), chicchi di grano (seminerà e raccoglierà). Trova anche denaro («A che servi?», ma lo prende), penne inchiostro e carta; tre Bibbie; cani e gatti. Si fa un tavolo, una sedia, si mette a scrivere: un bilancio della sua sorte in due colonne, il male e il bene che lo compensa, per cui ringrazia Iddio. Fa tutto da sé: reinventa l’agricoltura; fa il vasaio; si veste di pellicce. Ha un pappagallo, sola voce amica. Dopo 15 anni di solitudine (anelando ritrovare i suoi simili) una scoperta lo terrorizza: l’orma d’un piede sulla sabbia! Tribù sogliono sbarcare a celebrare riti cannibalici. Sparando, salva una futura vittima. Il selvaggio Venerdì riconoscente diventa suo suddito: lavora obbediente la terra; studia il Vangelo. Altre vittime liberate poi: il padre di Venerdì e un bianco (ma spagnolo, dunque nemico: altro pericolo!).

Sbarcano finalmente degli inglesi; portano prigionieri legati (Venerdì crede anche i bianchi cannibali); sono marinai ammutinati. Gli ufficiali, salvati, recuperano la nave: dopo 28 anni Robinson lascia l’isola.

 

Verrebbe da concludere che non basta essere un celebre scrittore per comporre dei buoni riassunti. Quella di Calvino però rappresenta un’ipotesi di lavoro eccellente: per capire un autore partiamo dal suo stile, che è la porta d’accesso privilegiata per ogni avventura letteraria. In fondo, quando siamo in libreria e valutiamo l’acquisto di un libro, non andiamo a leggerci qualche frase, sbirciando una pagina a caso o magari correndo direttamente all’incipit? Il modo in cui uno scrittore comunica, la sua lingua, discende necessariamente dalla sua visione del mondo, spesso in maniera molto più marcata di quanto ci verrebbe suggerito dalla trama o dalla creazione dei personaggi. Poi c’è la trama, certo: il plot, l’elemento che ci cattura, che ci impedisce di chiudere il libro finché non abbiamo terminato di leggere l’ultima riga. Si potrebbe dire che il riassunto ideale arriva alla fine di questo viaggio: quando ci siamo calati così a fondo nell’universo del romanzo che l’abbiamo fatto nostro, e le nostre parole non saranno più tanto diverse da quelle che l’autore stesso avrebbe impiegato per riassumere la propria opera. Certo la strada sarà lunga: ma non è questa abbondanza di tempo da trascorrere in compagnia dei libri, la gioia più grande del lettore? Altrimenti i libri non li leggeremmo: leggeremmo solo riassunti.

 

Per approfondire: Ugo Cardinale, L’arte di riassumere. Introduzione alla scrittura breve, Bologna, Il Mulino, 2015.

Savio Davide
Curatore del blog Letteratura.it