Leggere i testi
23 Marzo 2020

Dino Campana poeta del ’900

Tra verità biografica e leggenda letteraria
Cavalli Silvia

È uscita in questi giorni, pubblicata da Bompiani, una nuova edizione della biografia di Dino Campana scritta da Gianni Turchetta: Vita oscura e luminosa di Dino Campana, poeta. Ampliata e aggiornata nella bibliografia rispetto all’edizione Marcos y Marcos del 1985 e a quella Feltrinelli del 2003, si presenta fin dal titolo come un testo nuovo, abbandonando il precedente Dino Campana. Biografia di un poeta. Nonostante questo cambiamento “di soglia”, come l’avrebbe definito Gérard Genette, il libro rimane pur sempre nel territorio della biografia, anche se il piglio dello stile e la disposizione della materia fanno sì che la lettura proceda con lo stesso passo di un romanzo.

L’introduzione di Turchetta è peraltro chiarissima nel separare la verità dall’invenzione, l’opera di Campana dal “mito Campana”, la vicenda biografica dalle dicerie che vi sono fiorite intorno:

 

La storia di Dino Campana è una storia dolorosa e sconvolgente, piena di disordine e di sofferenza, che assomiglia fin troppo a un romanzo. È necessario però un preliminare minimo: l’avvertenza che siamo ancora qui a parlarne non tanto per l’indubbio fascino che ne promana, e per tutto quanto la sua vicenda ci può ancora dire sulla marginalità e sulla follia, ma perché Campana è l’autore dei Canti Orfici (1914), uno dei libri capitali della poesia del XX secolo. Di pazzi e scombinati ce ne sono tanti, ma di autore dei Canti Orfici ce n’è uno solo.

 

Certo a rendere vivace la narrazione contribuisce la vita stessa di Campana. Una vita vagabonda e difficile, che inizia nella provincia toscana, a Marradi, nel 1885, un paese dell’Appennino al confine con la Romagna, e finisce in un manicomio che precede di parecchio la riforma degli ospedali psichiatrici voluta da Franco Basaglia nel 1978: rinchiuso a Castel Pulci nel 1918, Campana vi muore nel 1932, sostanzialmente dimenticato dai suoi contemporanei e ignorato dai letterati dell’epoca.

Campana è autore di una sola raccolta di poesie, pubblicata nel 1914: Canti Orfici, un libro fondamentale nella storia letteraria italiana del Novecento e ancora oggi troppo spesso lasciato ai margini del canone scolastico. Un libro intorno a cui fioriscono le leggende, a partire da quella del manoscritto perduto e riscritto a memoria. Consegnato nel 1913 a Giovanni Papini e Ardengo Soffici (gli animatori della rivista fiorentina «Lacerba») con il titolo Il più lungo giorno, il manoscritto originale va infatti smarrito tra le mani di Soffici e viene ritrovato solamente nel 1971. Nel frattempo la riscrittura (non a memoria, come vuole il mito) e la pubblicazione sotto il titolo con cui lo conosciamo oggi.

Il “mito Campana” si nutre in gran parte della sua follia e della reclusione in manicomio, come se poesia e follia fossero obbligate ad andare di pari passo e la sua ispirazione poetica non fosse altro che un furor. Non è così. Il binomio poesia/follia per Campana non funziona se non nelle voci di chi ha voluto screditarlo in vita (dalla sua stessa famiglia all’entourage letterario dell’epoca) o come pretesto per una ricostruzione romanzesca (un rischio a cui Turchetta non cede). Un dato di fatto è che proprio dopo l’ingresso in manicomio Campana non scrive più nulla: segno inequivocabile che l’ispirazione non era folle, ma lucida e consapevole.

È un aspetto, questo, su cui concorda Sebastiano Vassalli (1941-2015). Nel romanzo La notte della cometa (pubblicato da Einaudi nel 1984 e più di recente, nel 2019, entrato nel catalogo Rizzoli) anche Vassalli ricostruisce la storia della vita di Campana basandosi sui documenti d’archivio e sulle testimonianze. Dove i documenti lasciano un vuoto che non è colmabile dalle fonti, però, è l’invenzione letteraria a creare un raccordo, secondo un procedimento che lo stesso autore nel 1990 metterà a punto in La chimera, uno dei testi più letti dagli studenti delle scuole secondarie superiori per la sua forte impostazione manzoniana. Ecco cosa dice Vassalli a proposito della commistione tra fatti biografici documentati e ricostruzione narrativa:

 

Dovrei forse precisare che non mi sento “biografo”, e che con ogni probabilità non scriverò mai più una biografia, né di poeti né d’altri. Io cercavo un personaggio con certi particolari connotati. Il caso me l’ha fatto trovare nella realtà storica e da lì l’ho tirato fuori: con accanimento, con scrupolo, con spirito di verità. [...] Ma se anche Dino non fosse esistito io ugualmente avrei scritto questa storia e avrei inventato quest’uomo meraviglioso e “mostruoso”, ne sono assolutamente certo. L’avrei inventato così.

 

Confrontando il romanzo di Vassalli con la biografia critica di Turchetta, non si possono non notare alcune divergenze, ma queste sono da attribuire alla differenza degli scopi delle due opere: invenzione narrativa che si inserisce tra le verità dei documenti quella di Vassalli, resoconto biografico che confessa le lacune quella di Turchetta (ricordiamo peraltro che Turchetta ha curato nel 1984, sempre per Marcos y Marcos, un’edizione critica dei Canti Orfici).

È leggermente diverso il presupposto da cui invece parte Laura Pariani in Questo viaggio chiamavamo amore, pubblicato nel 2015 da Einaudi. Il titolo richiama il verso di una poesia scritta per Sibilla Aleramo (1876-1960), la scrittrice con cui Campana ha una tormentata relazione tra il 1916 e il 1917, oggetto anche di un film del 2002 con la regia di Michele Placido e protagonisti Laura Morante e Stefano Accorsi (il film, Un viaggio chiamato amore, è ora disponibile gratuitamente in streaming sulla piattaforma RaiPlay).

L’autrice di Una donna (1906) non c’è però nel libro della Pariani, dove compaiono piuttosto le diverse avventure umane e sentimentali che avrebbero potuto avere luogo durante il viaggio di Campana in Argentina nel 1907, ammesso che il viaggio stesso sia avvenuto (un argomento, questo, su cui rimangono ancora alcuni dubbi). Nel romanzo della Pariani i ricordi emergono in uno ormai stanco Campana, chiuso in manicomio, in risposta alle domande dello psichiatra Carlo Pariani, che a dispetto del cognome non è un parente della scrittrice e che nel 1938 pubblica davvero con Vallecchi il racconto biografico di due artisti suoi pazienti: Vite non romanzate di Dino Campana scrittore e di Evaristo Boncinelli scultore. I colloqui con Campana si svolsero realmente tra il 1926 e il 1930, ma in Questo viaggio chiamavamo amore sono anch’essi romanzati, inventati dalla scrittrice che si immedesima nel poeta:

 

Ma cosa vuole che scriva, dottore? pensa Dino Campana: lo sa o no che a me riesce sempre più difficile spremermi dalla testa anche solo una frasettina?... Si torce le mani, sente passargli nella mente qualche parola smozzicata, il frammento di un dialogo ascoltato stamattina tra due infermieri che parlavano del tempo. Ansima, si alza per respirare meglio. È così che ci si sente quando si è alla fine?... Eppure non sono finito, non è possibile, è ancora troppo presto, eh no, qualcosa so ancora pensare, in certi momenti mi sento addirittura traboccare di immagini, ma subito mi riprende l’apatia. Per quale motivo compiere la fatica di metterle insieme, raccoglierle e fissarle sulla carta, renderle concrete? Raccontare la verità del mio io? rimugina il malato. Cos’è l’io? Si fa presto a dire io...

 

Ancora una volta emerge come follia e poesia non vadano di pari passo, e questo è un tratto in comune tra la biografia di Turchetta e i romanzi di Vassalli e della Pariani. Anche in Questo viaggio chiamavamo amore l’ispirazione da cui erano nati i Canti Orfici svanisce nel manicomio di Castel Pulci. E non si può allora dare torto a chi sostiene che la vera data della morte di Campana sia proprio quella del giorno in cui vi viene rinchiuso.

  

Cavalli Silvia
Curatore del blog Letteratura.it