Leggere i testi
18 Febbraio 2019

Col tuo dolore, con la tua speranza

Percorsi di medicina nella letteratura italiana del Novecento (II)
Girelli Valentino

Così come il curante, anche il paziente può essere buono o pessimo. Quando un paziente si comporta adeguatamente? Innanzitutto quando stabilisce col proprio medico una relazione terapeutica matura in cui ognuno abbia il proprio ruolo, e per cui il malato non si sovrapponga alle direttive del professionista e non crei confusione. Molto spesso, al suo primo contatto con la malattia, che, come afferma Christopher Hitchens, è una vera e propria “terra d’esilio” dal mondo della normalità, il malato reagisce cercando di non riconoscere il proprio disagio, la “caduta”, negando diagnosi e trattamento proposto dal medico. Si tratta di una forma di vergogna ben visibile nel secondo capitolo del ciclo dei vinti di Verga, Mastro don Gesualdo, in cui il protagonista, ormai divorato da un cancro allo stomaco, non riesce a contenere l’agitazione di vedersi consumato dalla malattia, finendo poi per adottare un atteggiamento di assoluto rifiuto della propria condizione:

 

– Chetatevi!... Si tratta della mia pelle… devo dir la mia anch’io… Signori miei, sono uomo… Voglio sapere se prima mi garantite la pelle… Siamo galantuomini… Mi fido di voi… […] Voglio vederci chiaro nel mio affare.

 

Un altro personaggio celebre afflitto dalla vergogna è don Fabrizio Salina, il principe del Gattopardo, sebbene il suo sentimento, carico di malinconia e pietà, sia rappresentativo di un altro tipo di vergogna. Si vede smagrito, allampanato, come se l’ombra della morte fosse sul punto di stendersi su di lui: è la vergogna di vedersi debole, inerme come un fanciullo («gli lavò la faccia e le mani, come si lava un bimbo, come si lava un morto»).

Più pudico è l’imbarazzo provato da alcune donne di Pirandello nel momento della visita, come Annicchia Marullo, protagonista della novella La balia o Raffaella del Segno. Le due donne, nel momento di scoprire il seno, si sentono mancare, si “disfanno”, dilaniate da un doppio sentimento: da una parte il ritegno pudico delle donne dei tempi descritti (ciò non stupisce se pensiamo che, oltretutto, le donne sono siciliane, con valori del corpo ancor più radicati), dall’altra la sensualità del dottore, con la sua mascolinità, la sua professionalità e l’uso sapiente delle sue strumentazioni di lavoro.

Indubbiamente, come sembra sottolineare Pirandello, il medico entra in contatto con una dimensione di noi molto intima, sia essa fisica che psicologica: in breve, al dottore diciamo e mostriamo cose che non siamo certo abituati a far vedere a chicchessia. È questa, forse, la chiave di volta del senso di vergogna che finisce per attanagliare lo spaurito paziente. Talvolta capita che il medico, disinvolto nel lavoro o smaliziato nella sua professionalità, nemmeno si accorga del disagio del paziente, proprio come accade al dottore pirandelliano, che, riferendosi alla vergogna, infine esclama: «Di me? Io sono il medico!» (La balia). Come dire: “è il mio lavoro, ci sono avvezzo”.
Il senso di vergogna può essere efficacemente superato parlando con il proprio curante, o confidandosi con altri pazienti, esorcizzando un disagio silenzioso, spesso paralizzante, con le rassicurazioni dell’altrui esperienza:

 

Una sera ne nacque una vivace discussione […] Ciascuno aveva il proprio bagaglio di esperienze più o meno disgustose da raccontare […] Secondo Oreste-cirrosi epatica non c’erano dubbi: in cima c’erano “tutti quegli esami in cui ti infilano qualcosa nel sedere” (Lo sapevo, non dovevo ammalarmi).

 

Non c’è solo vergogna fisica, si diceva, ma anche psicologica. Il dolore, unito a una diagnosi infelice, può portare a un sentimento di estraniazione tale da sfociare in atteggiamenti di negazione, cosicché il paziente inizia a rifiutare la propria malattia, la dipendenza dalle cure, l’appoggio “pietoso” dei parenti tutti, fino ad odiare il proprio “ruolo sociale” di ammalato. Il politico, l’imprenditore, il professore, l’operaio, finiscono per essere misconosciuti e vanno a finire nell’unica categoria di “ammalati”, prima di altre prerogative e titoli.

La vergogna si lega indissolubilmente al dolore, anche fisico. Chi soffre sembra non essere più nemmeno riconosciuto come “persona”. Il passo seguente, tratto dall’Ultima estate di Cesarina Vighy, è emblematico e molto forte:

 

Mia madre mi aveva detto che il papà, con la poca forza che gli rimaneva, con le dita aveva mimato una rivoltella e il gesto di chi se la punta alla tempia: la malinconia e la consapevolezza del proprio degradarsi aveva portato quell’uomo così mite, e così inimmaginabile con un’arma […] con quello scatto violento.

 

Simile violenza compare anche in Ungaretti, in una delle sue più note poesie, Veglia:

 

Un’intera nottata
buttato vicino
a un compagno
massacrato
con la sua bocca
digrignata
volta al plenilunio
con la congestione
delle sue mani
penetrata
nel mio silenzio
ho scritto
lettere piene d’amore

Non sono mai stato
tanto
attaccato alla vita.

 

Quel che si evince dalla lettura è la straordinaria capacità dell’uomo, attraverso la sua arte e il suo ingegno, di sapersi riscattare dal dolore e dalla morte, sempre e comunque. Il soldato Ungaretti riconosce l’esperienza della guerra e della morte e, per opposto, gli sorge in petto il bruciante desiderio della vita.

Il dolore è fisico, psicologico. Talora anche immaginario. Dagli albori dei tempi e, per quanto ci riguarda, della letteratura, la pazzia e la malattia mentale hanno fatto la loro comparsa in pressoché la totalità delle opere, fin dall’Iliade in cui, oltre a raccontarci dell’ira furibonda di Achille, Omero porta esempi di indovini e profeti, clinicamente – come si evince dal testo – affetti da deliri e convulsioni. I matti dell’antichità sono soprattutto epilettici (i cui accessi erano considerati “sacri” perché avvicinano agli dei) oppure depressi cronici, afflitti da un eccesso di umore nero nel corpo. Più di duemila anni dopo lo scrittore Mario Tobino, nella prefazione delle Libere donne di Magliano, sembra esprimersi in maniera simile riguardo alla pazzia, interrogandosi sul suo reale statuto e riconoscendole un “tocco divino”:

 

La pazzia è davvero una malattia? Non è una delle misteriose e divine manifestazioni dell’uomo? Non esiste per caso una sublime felicità che noi chiamiamo patologica e superbamente rifiutiamo?

 

D’altra parte, si può dire che la pazzia sia una delle protagoniste indiscusse della letteratura del Novecento. Non c’è stato tema più indagato, analizzato, interpretato, e in tutte le sue sfaccettature, dall’alienazione stralunata di Svevo, che al termine della Coscienza sembra quasi trovare (paradossalmente) la ricetta della normalità, fino all’orgasmo poetico di Alda Merini, tra le mura della cui pazzia si sente palpitare una felicità vivida, esperienza estatica totalmente estranea al grigiore della salute mentale dei più. Già Tobino si domandava se la pazzia fosse la strada più veloce per la felicità, e la poetessa milanese risponde, in una poesia dal titolo già sacro, Gerico: «dentro le mura [del manicomio] / c’era anche il Messia»; infine l’artista-pazzo ritrova la sua strada, ricongiungendosi alla divinità, forse una felicità irraggiungibile da coloro che, dalle mura della follia, restano fuori. Ad essere condannata all’espulsione, per una volta, è la normalità.

Anche lo scienziato-letterato Tobino (oltre che scrittore fu anche medico psichiatra) sembra allinearsi a questa visione, soffermandosi sulla descrizione di un mondo esclusivo, che solo i pazzi riescono a vivere appieno, ma soprattutto che è diretta derivazione del divino nella sua piena manifestazione. La donna schizofrenica o isterica esprime se stessa senza alcuna censura o controllo, e ci viene presentata come una vera e propria forza della natura, coronamento di libertà e potenza:

 

La marinara veniva da Viareggio, dalla darsena, dove abitava; entrava nel prato delle agitate e finalmente si sfogava, era lei, si dichiarava tutta, montava sugli alberi, cantava agilissima, una corsara, un’eroina, tersa nei lineamenti arrossati, fuoco negli occhi, una bandiera di oppressi che infine si distende nell’aperta luce, essa infine libera nel suo regno, nel manicomio (Le libere donne di Magliano).

 

La donna pazza ha finalmente superato la ristrettezza delle clausole sociali, ha il pieno possesso della propria divinità.
Ma essere umani significa anche sperimentare le lacerazioni interiori, la “disgregazione” della persona come la chiama Tobino; talvolta rovinosa, come accade per la patologia della schizofrenia incarnata dalla Pitti:

 

La Pitti: la disgregazione della persona; pochi giorni fa aggrediva furtiva, stamani disarticolata, uguale a un oggetto morto posato su una mensola. […] La Pitti è giovane, era bella […] e la schizofrenia l’ha scomposta come in una pagina che un pazzo alterni e sghiribizzi le righe e le stesse parole sì che quelle in basso tentano di respirare in alto […] e ogni senso boccheggia e singhiozza e spaurita la vita batterà le ali verso la morte […] sembra che narri di una storia a noi impossibile a descrivere con le parole comuni, ma per lei chiarissima e lei narra con un vocabolario che intende soltanto la natura.

 

I luoghi della malattia sono molti, dalla casa all’ufficio del dottore, ma principalmente essa si svolge e si articola negli ospedali, luoghi specializzati e votati alla cura intensiva del paziente. La malattia non è terra straniera solo in sé, ma anche nello spazio occupato, che cambia: l’uomo sano vive nel mondo, quello malato viene trasferito in un nuovo tipo di società, quella dei malati, di sanatori e cliniche.
L’ospedale mantiene sempre un’aura equivoca, duplice: da una parte viene presentato nei romanzi come il luogo di cura e riposo per eccellenza, dall’altra viene descritto in maniera più sinistra, una sorta di società di cittadini di serie B, assimilabile a una prigione. Così ne parla Pirandello, che oltre al biancore abbacinante, peraltro già descritto in Verlaine (che paragonava i corridoi ospedalieri ai viali parigini), sottolinea la capacità del luogo di cura di “separare”, e dunque isolare, il paziente dai suoi familiari e dagli altri pazienti:

 

Figuratevi che quest’ospedale di cui vi parlo, aveva la squisita attenzione verso i suoi ricoverati d’impedire che l’uno vedesse la faccia dell’altro, mediante uno scaraventino a una sola banda, o piuttosto, un telaio a cui con puntine si fissava ai quattro angoli una tendina di mussola cambiata ogni settimana, lavata, stirata e sempre candida. Certi giorni, tra tutto quel bianco, pareva di stare in una nuvola, e, con la benefica illusione della febbre, di veleggiare nell’azzurro ch’entrava dalle vetrate dei finestroni.

Ogni lettino, nella lunga corsia luminosa, aerata, aveva accanto, a destra, il riparo d’un di quei telai, che non arrivava oltre l’altezza del guanciale (La mano del malato povero).

 

Il principio di esclusione, ripreso nella Rocca destinata ai tubercolotici del romanzo Diceria dell’untore, di Gesualdo Bufalino, si fa assolutamente claustrofobico e inquietante in uno dei racconti più famosi di Buzzati, Sette piani, contenuto nella raccolta La boutique del mistero, il cui protagonista, Giuseppe Corte, recatosi nell’ospedale per quello che sembra essere una visita o un periodo di controllo per un malanno qualunque, finisce per essere travolto e rimescolato dalla misteriosa macchina ospedaliera e dalle sue logiche spietate. Dal piano più alto, quello dei sani, Corte precipita progressivamente verso il basso, quasi per caso, con scuse o attenuanti, e infine riconosciuto come malato.

 

I malati erano distribuiti piano per piano a seconda della gravità. Il settimo, cioè l’ultimo, era per le forme leggerissime. Il sesto era destinato ai malati non gravi ma neppure da trascurare. Al quinto si curavano già affezioni serie e così di seguito, di piano in piano. Al secondo erano i malati gravissimi. Al primo, quelli per cui era inutile sperare.

Questo singolare sistema, oltre a sveltire grandemente il servizio, impediva che un malato leggero potesse venir turbato dalla vicinanza di un collega in agonia, e garantiva in ogni piano un’atmosfera omogenea. D’altra parte la cura poteva venir così graduata in modo perfetto.

Ne derivava che gli ammalati erano divisi in sette progressive caste.

Ogni piano era come un piccolo mondo a sé, con le sue particolari regole, con le sue speciali tradizioni. E siccome ogni settore era affidato a un medico diverso, si erano formate, sia pure minime, ma precise differenze nei metodi di cura, nonostante il direttore generale avesse impresso all’istituto un unico fondamentale indirizzo.

 

Il paziente protagonista, dapprima sicuro di conservare l’illusione di essere padrone della propria situazione, inciampa nelle logiche “gerarchiche” dell’ospedale, trascinato nella malattia inconsapevolmente. Accantonata ogni speranza, Corte chiede lui stesso il piano corrispondente alla gravità della sua malattia, ricevendone rispose confuse, blande.

 

“E allora, allora” fece Giuseppe Corte accendendosi tutto nel volto, “lei a che piano mi metterebbe?”
“Oh, Dio, non è facile dire, non le ho fatto che una breve visita, per poter pronunciarmi dovrei seguirla per almeno una settimana”.

 

Certo, la sensazione angosciante del racconto risente del periodo del pieno sviluppo dei grandi ospedali categorizzati, suddivisi per mille specialità, dei veri e propri labirinti di Cnosso, in cui è sempre presente il Mostro, il Minotauro, ossia la paura della malattia, di essere dimenticati o abbandonati, la paura di morire.
L’idea “negativa” dell’ospedale come struttura in cui si smarrisce se stessi è dovuta quindi più al senso di disorientamento e alienazione dovuto all’affrontare un disagio come quello della malattia piuttosto che al pericolo, di fatto immaginario, di trovarsi in una struttura “detentiva”, il cui scopo in realtà è quello di sostenere il paziente nel suo percorso di guarigione.

La vera detenzione, è bene ricordare, non sta nell’ospedale ma proprio nel venir meno della salute, nell’incombere tenebroso della malattia; l’ospedale non è dunque un luogo di morte, ma di vita, proprio come riporta un’iscrizione degli Spedali Civili di Brescia, che così recita:

 

Varca fiducioso la soglia

fratello

col tuo dolore con la tua speranza

amore e scienza vegliano

affinché possa

nuovamente sorriderti la vita.

Girelli Valentino
Laureato in Filologia moderna presso l'Università Cattolica di Brescia