Leggere i testi
25 Gennaio 2016

«Chi salva una vita, salva il mondo intero»

L’editoria italiana ricorda la Shoah
Savio Davide

Anche quest’anno, in occasione della Giornata della Memoria, le vetrine delle librerie si affollano di proposte editoriali che ricordano, ciascuna a proprio modo, gli spaventosi eventi della Shoah. Proviamo a tracciarne una mappa, che ci serva non tanto in vista di un acquisto, ma soprattutto per capire in quale modo, oggi, gli scrittori si avvicinano a un argomento su cui moltissimo è già stato scritto. Come si può raccontare la Shoah, oggi?

 

Si è parlato molto, negli ultimi giorni, del Diario di Anna Frank: in Francia un professore universitario e una parlamentare hanno pubblicato online la versione integrale, in lingua originale, del libro, ritenendo scaduti d’autore. Una mossa controversa, che però ha riportato i riflettori sulla figura di Anna: nata nel 1929 e appena tredicenne quando, rifugiatasi con la famiglia in un nascondiglio di Amsterdam, comincia a raccontare l’orrore della caccia all’uomo nazista, ma anche la fiducia nell’«intima bontà dell’uomo» (stroncata purtroppo dalla cattura, avvenuta nell’agosto del 1944, e poi nella morte, sopraggiunta per tifo nel campo di concentramento di Bergen-Belsen). Fortemente radicato nel nostro immaginario, libro amatissimo dai professori di ogni ordine e grado, il Diario rappresenta anche un modello di stile: il suo particolare punto di vista, affidato a una bambina-ragazzina di tredici anni, crea una tensione drammatica che commuove, facendo cozzare la semplicità e le speranze di una creatura innocente con gli scenari apocalittici della persecuzione contro gli ebrei (in Italia, volendo cercare un equivalente, Italo Calvino affiderà agli occhi di un bambino, Pin, il racconto dell’esperienza partigiana che proprio in quegli anni si era svolta sulle Alpi liguri).

 

Non stupisce, quindi, che ancora oggi si scelga di raccontare la Shoah attraverso lo sguardo dei ragazzi. Ne è un esempio La sarta di Dachau, di Mary Chamberlain (Garzanti): Ada Vaughan «non ha ancora compiuto diciotto anni», avverte la quarta di copertina, e coltiva il sogno di diventare una sarta famosa; anche quando il destino la condurrà nel campo di concentramento di Dachau, la giovane non rinuncerà al proprio sogno, anzi, appunto nella sua abilità di sarta troverà l’appiglio per sopravvivere alla desolazione del lager. Quindici anni ha invece La pianista di Auschwitz, Hanna (Suzy Zail, Newton Compton), che si opporrà al campo di concentramento grazie a un altro talento, quello appunto per il pianoforte, che le consentirà persino di conoscere l’amore, proprio nel cuore del Male. Non molto diversa da lei è Lisa, protagonista di La pianista di Vienna (Mona Golabek e Lee Cohen, Sperling & Kupfer), quattordicenne prodigio che fugge dal cuore dilaniato dell’Europa per rifugiarsi a Londra, rischiarando l’«orizzonte buio» della Storia con le note del suo pianoforte. Nell’Amsterdam di Anna Frank è invece racchiusa la vicenda della piccola Hanneke (Monica Hesse, La ragazza con la bicicletta rossa, Piemme), una “trovatrice” incaricata di setacciare il mercato nero alla ricerca dei beni introvabili: caffè, tavolette di cioccolato, calze di nylon... Ridotta quasi al cinismo, a causa di un ambiente nel quale sopravvivere è diventata l’unica regola, Hanneke ritroverà se stessa nella ricerca di Mirjam, una ragazzetta ebrea che una delle sue clienti aveva nascosto in casa propria.

 

Se quelle menzionate finora sono tutte eroine, non manca uno sguardo maschile sulle atrocità del nazismo. Un bambino di tredici anni, Sam Pivnik, è il protagonista di L’ultimo sopravvissuto. Una storia vera (Newton Compton), autobiografia del figlio di un sarto ebreo che sperimenta il ghetto, il coprifuoco, il terrore, Auschwitz-Birkenau: è la storia di «un uomo che ha attraversato tutti i gironi dell’inferno nazista» e ora testimonia di fronte al mondo un abominio che non dovrà più ripetersi. Solamente otto anni ha invece Aharon Appelfeld quando, sradicato dalla Bucovina, sperimenta le atrocità del lager (Oltre la disperazione, Guanda): divenuto, adulto, «uno scrittore profugo di una narrativa profuga», Appelfeld ripercorre i sentieri della memoria, per «riscattare la sofferenza dai grandi numeri, dal terrificante anonimato». Ambientato in Italia, a Carignano (provincia di Torino), è invece L’amico ebreo (Ponte alle Grazie), nel quale Gian Piero Bona racconta di come la sua famiglia accolse Sergej, ebreo russo di quindici anni, coetaneo e compagno di conservatorio di Gian Piero, proteggendolo dai rastrellamenti e dall’insistenza del comandante locale delle SS, il grottesco Richtel. «Chi salva una vita, salva il mondo intero»: in questa massima del Talmud si può racchiudere il significato di questa, come di molte altre simili esperienze di coraggio.

 

Se questa era la Shoah degli uomini, bisogna rilevare che numerosi testi si soffermano invece sulla Shoah delle donne, rimarcandone l’assoluta centralità di fronte alla Storia. Pensiamo, ad esempio, a Un treno per Auschwitz, di Caroline Moorehead (Newton Compton), nel quale si racconta delle donne coraggiose che tennero alto il senso di umanità nella Francia invasa dall’esercito tedesco: Danielle Casanova, Betty Langlois, Maï Politzer, Charlotte Delbo, Georgette Rostaing, Simone Sampaix e anche la nostra Vivà (Vittoria) Nenni, figlia di Pietro. Nel giugno del 1943, 230 di loro vengono catturate dalla Gestapo e deportate nei campi di sterminio, dai quali solo in 49 faranno ritorno. Dedicato alla resistenza delle donne è anche L’usignolo (Mondadori), libro in cui Kristin Hannah rievoca lo spessore epico dell’esperienza di due sorelle, Vianne e Isabelle, distanti per età, esperienze e ideali, ma forti e decise nell’inseguire l’amore e la libertà. Non un romanzo, ma un saggio, è invece Se questa è una donna (Mónica G. Álvarez, Piemme), straziante panoramica delle donne che lavorarono proprio nei lager, equivalenti e talvolta peggiori dei vari Mengele, Himmler, Goebbels: nel catalogo, quasi da bestiario medievale, compaiono Ilse Koch, la “cagna di Buchenwald”, Maria Mandel, la “bestia di Auschwitz”, Hermine Braunsteiner, responsabile di almeno 200.000 morti. Donne che scelsero deliberatamente il male e non se ne sarebbero mai pentite, e oggi ci costringono a gettare una luce inquietante sugli abissi dell’animo umano.

Savio Davide
Curatore del blog Letteratura.it