Strumenti critici
25 Giugno 2018

Calcio d’autore

Pillole di letteratura contro il mal di Mondiali
Savio Davide

Ai Mondiali di calcio del 1974, che si tenevano nella Germania Ovest, l’Italia aveva partecipato, ma ingloriosamente. Allenata da Ferruccio Valcareggi e vicecampione del mondo uscente, una Nazionale in pessima forma e divisa nello spogliatoio viene eliminata già nella fase a gironi, dopo una sconfitta per 2-1 contro la Polonia. Al disastro di quella spedizione mondiale è dedicato Azzurro tenebra (1977), dove lo scrittore Giovanni Arpino, all’epoca inviato per «La Stampa», fornisce un resoconto romanzato dei retroscena che avevano portato al tracollo. Diventato presto un oggetto di culto, anche perché per trent’anni non ha conosciuto ristampe, quello di Arpino è uno dei primi romanzi italiani di argomento calcistico (ora sembra impossibile pensare a un’editoria senza cose del genere, oggi che le librerie sono invase dalle autobiografie dei calciatori e da prodotti simili, eppure la moda è recente). Uno dei primi, ma non il primo: la palma spetta al ben più lontano Novantesimo minuto di Franco Ciampitti (1932), avvocato di Isernia, figlio di un deputato costituente, con la passione della cronaca sportiva. Sono gli anni del Fascismo, che investe sullo sport come collante del sentimento nazionale: solo pochi mesi più tardi uscirà la Prima antologia degli scrittori sportivi, curata per Carabba da Giovanni Titta Rosa e dallo stesso Ciampitti. È il 1934, anno di Mondiali: l’Italia, che ospita il torneo, si laurea per la prima volta campione, sconfiggendo per 2-1 la Cecoslovacchia ai tempi supplementari (farà il bis nel 1938, in Francia). Basta scorrere la lista degli impianti coinvolti per comprendere il contesto dell’epoca: Stadio Littorio (Trieste), Stadio Littoriale (Bologna), Stadio Nazionale del PNF (Roma), Stadio Municipale Benito Mussolini (Torino)... Un decennio dopo, caduto il regime e persa la guerra, la letteratura sportiva di epoca fascista sarebbe stata dimenticata: oggi Azzurro tenebra di Arpino figura ovunque come il primo romanzo italiano a tema calcistico. Ed è il romanzo di un flop roboante, non diverso dalla freschissima eliminazione dell’Italia nello spareggio con la Svezia, che l’ha tenuta lontana dai Mondiali di Russia.

 

Per chi, quest’estate, volesse trovare conforto calcistico nella letteratura, gli spunti non mancano. Qui segnaliamo Calcio d’autore. Da Umberto Saba a Gianni Brera: il football degli scrittori, del poeta Antonio Donadio (La Scuola Editrice 2016), che affronta il tema accompagnando il lettore lungo due percorsi: il primo tra le poesie del Novecento, il secondo attraverso il lavoro di scrittori, giornalisti e persino cantautori. Per un Eugenio Montale che detestava il calcio, al punto da auspicare, come senatore a vita, «la riduzione delle partite di calcio a soli sedici giorni annuali e assoluto silenzio-stampa sull’argomento nei giorni prima e dopo», troviamo decine di letterati che sono stati tifosi, anzi tifosissimi: da Umberto Saba, conquistato dalla «vacillante Triestina», a Giorgio Barberi Squarotti, supporter del Torino; da Giovanni Giudici, che teneva al Genoa, a Vittorio Sereni, Giovanni Raboni, Maurizio Cucchi, tutti interisti. Ma siccome, diceva il filosofo Jean-Paul Sartre, «il calcio è una metafora della vita», era inevitabile che gli autori spostassero l’asticella della passione un po’ più in là: emblematico il caso di Pasolini, che canta la purezza del calcio praticato sui campetti di periferia ed esclama sulle colonne del «Giorno» che «il capocannoniere di un campionato è sempre il miglior poeta dell’anno».

 

Come si è già visto, il calcio può diventare tutt’uno con la Storia: e allora scopriamo che, per coincidenza, il primo Campionato Federale di Football si svolge a Torino, in una sola giornata, l’8 maggio del 1898, proprio nel giorno in cui il generale Fiorenzo Bava Beccaris, a Milano, prende a cannonate la folla che protestava contro l’aumento del prezzo del pane: Edoardo Sanguineti, nella poesia 1898, ricorda l’episodio con ironia sferzante («ma che cose! e che casi!»), e Donadio non manca di osservare come, quel giorno, calcio e cronaca abbiano cominciato ad andare a braccetto: l’uno per far dimenticare l’altra, per «distogliere l’attenzione dai problemi del vivere quotidiano» (p. 12): «tutto questo parlare di calcio / per non parlare di altro / – tutto questo per non guardare / l’essenziale del mondo», scrive Giudici (Viani, sociologia del calcio).

 

Ma calcio e letteratura possono combinarsi in modo più leggero. Si prenda Giovinotti, non esageriamo!, di Achille Campanile (1929), che racconta la storia del poeta/usciere/allenatore Fagiolino, richiamato da Londra a Pontesullago per insegnare il calcio, con esiti spassosi:

 

Il giuoco del calcio è una cosa semplicissima, è un play di Kicks. Appena il ball è in the play, l’half forward dà il Kickapp verso l’inside forward che tira all’half-back, il quale, dribbling, fa pass e mantiene la liaison in line col side half-back; così si inizia l’attak d’una team contro l’altra, cioè, per intenderci, da un field all’altro, o, per essere più chiari, da un link all’altro, allo scopo di fare goal nella net avversaria, badando che il ball non vada al bar...

 

E perché non si esprime in italiano, Fagiolino? Ma è chiaro: «Mi sono spiegato per l’appunto in italiano», risponde lui, «soltanto ho usato i termini tecnici inglesi quando non se ne poteva proprio fare a meno. Se avessi usato i termini in italiano, non mi avrebbe capito nessuno». In un mondo dove gli anglismi la fanno da padrone, possiamo dire che la lezione di Fagiolino sia più che mai attuale. Leggero, ma con una vena di malinconia, è anche il racconto di Gianni Rodari, che fa parlare direttamente il pallone: «La vita ogni domenica / ben dura mi rendevano: / ventidue giocatori / a calci mi prendevano...»

 

Dal capitolo sulla Donna nel pallone a quello sul Giornalismo d’autore, dove spiccano figure come quella di Beppe Viola o di Gianni Brera (cui dobbiamo neologismi di straordinaria fattura: melina, pretattica, contro-piede, incornare, goleador...), o a quello sui telecronisti (Il primo fu Carosio), il libro di Donadio contiene davvero tutto: fino al capitolo sugli striscioni e sui cori, e fino a Sono solo canzonette, che parte dal Quartetto Cetra (Che centrattacco! 1959) e arriva alle Notti magiche di Edoardo Bennato e Gianna Nannini, colonna sonora di Italia ’90, a Una vita da mediano di Ligabue (1999), «dedicato a chi soffre e combatte in silenzio» (p. 127), e giù giù fino a Siamo una squadra fortissimi di Checco Zalone, inno non ufficiale dei gloriosi Mondiali del 2006. Logico, allora, che il libro si concluda con una Discografia: per gli amanti del calcio, che siano sonetti, cori o canzoni, tutto può diventare poesia. La poesia del gol, appunto.

Savio Davide
Curatore del blog Letteratura.it