Leggere i testi
10 Febbraio 2020

Angelica in fuga lungo il Po

Il Furioso negli anni Novanta
Savio Davide

Il cavalleresco è per sua stessa natura un genere aperto: di ogni personaggio si possono sempre immaginare l'infanzia oppure la morte, nuovi amori o nuove avventure, nuovi duelli o nuove parole. Per secoli, dalla Chanson de Roland al Don Chisciotte e oltre, la corte di Carlo Magno è stata raccontata con un'intera biblioteca di opere che sempre si accresceva, secondo modalità che all'epoca si potevano definire gionte e che oggi chiameremmo prequelsequelspin-off. Alzi la mano, però, chi sa che l'Orlando furioso ha avuto uno di questi sequel in tempi recentissimi, addirittura negli anni Novanta nel Novecento. Autore del libro, pubblicato nel 1991 con il titolo Donna di spade, è stato Giuseppe Pederiali, nato a Finale Emilia nel 1937 e morto a Milano nel 2013, già apprezzato come inventore di storie per i ragazzi, che per la Mondadori Scuola scriverà anche la riduzione in prosa della Secchia rapita (1992) e appunto dell'Orlando furioso (1993). Ma Donna di spade è molto più di un libro gregario: è una vera e propria continuazione, una gionta nella migliore tradizione del cavalleresco.

 

Che cosa racconta, Donna di spade? La figura misteriosa evocata nel titolo è nient'altri che Angelica, fuggita con Medoro non nel Catai, dove Boiardo ci aveva insegnato che gli erranti sono quasi di casa, e l'avrebbero rintracciata d'un balzo; bensì nel mare Gerundo, una leggendaria regione d'acqua situata nel cuore della pianura padana, tra Lodi, Crema e Mantova. Alimentato dall'Adda, dal Serio e dall'Oglio, il cosiddetto mare è una sorta di sconfinata palude, il luogo ideale per sparire agli occhi indiscreti del gran mondo. Anche perché ben altre sono le creature che danno nell'occhio, in quel luogo favoloso e pieno di insidie: ad esempio il drago tarantasio, dalla carne pregiata, che veniva cacciato dagli abitanti del luogo con tecniche scaltrite da una frequentazione secolare. Proprio durante una di queste battute di caccia entra in scena il paladino Orlando, impegnato in quelle settimane nell'assedio di Pavia, dove è riparata la corte longobarda. È entrato nella foresta per cercare la legna necessaria a costruire una macchina da guerra, ma si imbatte in qualcosa di ben più importante: un bambino dagli occhi scuri, del tutto identici a quelli della donna amata tredici anni prima. Nonostante, secondo la tradizione, Orlando sia strabico, questa volta ci ha visto benissimo: il bambino non è che il figlio di Angelica, Babai. D'ora in avanti, per il cavaliere non esisterà altro che il pensiero di Angelica, da inseguire e conquistare come un tempo. Angelica, specularmente, tornerà a darsi alla fuga: questione di vita o di morte.

 

La fuga di Angelica, Medoro, Babai e dei vari personaggi che si uniranno a loro procederà lungo il fiume Po: l'obiettivo è rifugiarsi nei Sette Mari, alla foce del grande fiume, un luogo così labirintico e impraticabile che un'intera città si è perduta al suo interno, Spina. Si tratta insomma di una storia tutta emiliana, e non per nulla. Pederiali è un narratore antropologico. La sua narrativa serve a salvare un mondo, un folklore, un tesoro di tradizioni orali che con la globalizzazione sta ormai scomparendo. Oppure è già scomparso: in una Nota collocata al termine del libro, l'autore dichiara apertamente il proprio debito verso gli studiosi che hanno ricostruito il mito carolingio nella cultura popolare. Una particolare attenzione è stata rivolta poi ai lavori di demologia, nei quali sopravvive, anche se musealizzata, la fantasia delle campagne, con le sue credenze e le sue pratiche, sempre al confine con il magico e il soprannaturale. Accade così che nel romanzo compaiano due maghi: Galana, che aiuta Orlando nel suo inseguimento, e Spiplino, bizzarra figura che abita in un palazzo incantato sul fondale del Po e diventa il maestro di Babai, a sua volta intenzionato a farsi erede della tradizione. Grazie ai maghi e al loro antichissimo Libro delle Meraviglie possiamo apprendere tutto, o quasi, sulle creature fantastiche che abitavano la regione nei tempi remoti: dal drago tarantasio appunto alle anguane, dai parpaioni ai bigatti, dagli omarini agli sprovincoli, dai mazapegoli ai magarassi agli orchi testa di cavolo.

 

Sembra incredibile, ma proprio i paladini, una volta portatori del fantastico e del magico nell'universo del poema, diventano ora un emblema del progresso che cancella ogni diversità, ogni cultura locale, alla maniera di moderni conquistadores. È sintomatico che sia Astolfo, un tempo il più fatato dei cavalieri, a incarnare con maggior vigore le istanze della ragione dei conquistatori, che cerca in ogni maniera di smontare i miti del popolo. Così, per esempio, l'errante non si rispiarmia per spiegare che non c'è alcun prodigio nelle fiamme emesse dalla bocca del drago: «Come il toro e altri erbivori, egli divora una grande quantità di vegetali, che seguita a masticare e rimasticare ripescando dal capace stomaco. Ma a differenza dei ruminanti, ha una digestione molto difficile e penosa, così si formano nel suo stomaco dei vapori, non dissimili dal chaos delle paludi e di certe miniere, anch’esso formato dalla fermentazione di vecchi o antichi vegetali. Il drago arboricolo ha imparato a trattenere il chaos e a soffiarlo all’esterno quando lo desidera. Allora egli sbatte tra loro i denti, con forza, fino a provocare scintille che, come pietra focaia, accendono il vapore proprio nell’istante in cui viene sputato verso il nemico. Nulla di magico, come potete ben capire, ma solamente un fenomeno naturale». 

 

Non stupisce, allora, che questa carica di violenza intellettuale si dispieghi di pari passo con la violenza dei gesti. L'epilogo del romanzo, per fare l'esempio di maggiore importanza, ruota intorno alla distruzione dell'Alberone, l'Irminsul dei popoli pagani, la divinità che unisce terra e cielo, incarnazione dello spirito unitario di cui la Natura inonda tutte le sue creature. L'esercito di re Carlo si trova a combattere proprio loro: con la sua forza superiore riesce a imporsi, determinando l'estinzione di un intero ecosistema, che sopravviveva dai tempi della preistoria. Il magico nel mondo esiste, dice Pederiali: siamo noi ad averlo rifiutato. Con l'abbattimento dell'Alberone, le cateratte del cielo si aprono, il grande fiume Po trabocca e lì si interrompe anche la fuga di Angelica, che perde per sempre i contatti con Babai. Il quale però sopravvive e, al fianco del mago Spiplino, si adopera perché l'Alberone possa rinascere, tornando nel giro di qualche secolo grande e potente com'era stato un tempo. La storia di Pederiali è in effetti una favola ambientalista, che intende educare al rispetto della natura e delle tradizioni che in tale paesaggio sono radicate. Evidentemente si tratta di un messaggio indirizzato con particolare attenzione ai ragazzi, ma il libro agisce su tanti livelli di lettura, qui accennati solo in piccola parte. Donna di spade costituisce insomma un'opera che in sede didattica potrebbe fornire un grande serbatoio di temi e di immaginazioni: oggi è fuori commercio, ma l'editoria vive anche di grandi richieste. L'augurio è che un giorno il romanzo possa tornare a vivere, come l'Alberone per le magie di Babai.

Savio Davide
Curatore del blog Letteratura.it