08 Aprile 2019

Amare il pane

Cibo e letteratura negli anni del Fascismo
Chiocchetti Elisa

Non è raro ritrovare all’interno di opere letterarie descrizioni che hanno il cibo come protagonista: pasti, banchetti e pietanze farciscono le pagine della nostra tradizione letteraria. D’altronde, nel momento in cui la letteratura vuole essere voce della natura umana, non può prescindere dal riferirsi al cibo: niente più della cucina, infatti, contribuisce a qualificare l’essere umano, specialmente se si considera che l’uomo è l’unico essere vivente che ha sentito il bisogno di cuocere i suoi alimenti. Numerosi romanzi, di qualsiasi epoca, contengono molti riferimenti a cibi e pietanze che costituiscono un curioso scorcio su usi e costumi di un periodo storico. Se si usano, dunque, i testi letterari come documenti storici e testimoni di un’epoca, insieme a contributi storici, economici e di storia del costume, è possibile comprendere lo sviluppo delle abitudini alimentari in un determinato arco temporale. Grazie a un approccio interdisciplinare di questo genere si può osservare come in Italia siano mutate le abitudini alimentari, dalla fame sofferta durante la Seconda guerra mondiale al trionfo dell’abbondanza consumistica dei giorni nostri: un cambiamento epocale che ha visto il passaggio del nostro paese da precarie condizioni di sussistenza all’eccesso dell’industria alimentare.

La grave fame patita sul suolo italiano durante la seconda guerra mondiale, oltre a essere una diretta conseguenza delle difficoltà condivise dai differenti paesi europei nel primo dopoguerra, aveva nella politica dell’autarchia, avviata dal regime fascista in seguito all’invasione dell’Abissinia, la sua causa principale. L’autarchia aveva un duplice scopo: risparmiare alimenti per il mantenimento dell’esercito e rendere l’Italia indipendente dalle importazioni dai paesi del nord Europa, contrari alle iniziative belliche del regime. Per perseguire questo secondo obiettivo, alla nuova politica economica si affiancò un’azione di propaganda atta sia a mascherare le disastrose conseguenze di tale politica, sia a modificare le abitudini alimentari degli italiani. I mezzi di comunicazione italiani, in particolare, avviarono una campagna di denigrazione della bistecca, presentata come il pasto dei carnivori del nord Europa, che aveva l’intento di nascondere le difficoltà riscontrate dal regime di permettere a tutta la popolazione di avere normali quantità di carne. Al contrario, si esaltavano la dieta mediterranea a base di verdure, al punto che gli italiani furono presentati come un popolo di vegetariani, e soprattutto il pane, che divenne il cibo eletto del regime: su ogni libro di testo delle elementari, infatti, si poteva leggere, e si doveva imparare a memoria, l’esortazione mussoliniana: «Amate il pane / cuore della casa / profumo della mensa / sudore della fronte / orgoglio del lavoro / poema di sacrificio».

Sebbene l’autarchia avesse lo scopo di reindirizzare i consumi sui prodotti italiani, i risultati furono ben diversi. Una prima conseguenza, infatti, fu una rapida diminuzione del cibo a disposizione di ogni famiglia, che spinse il regime a scovare soluzioni innovative. Una di queste fu l’avvio di corsi di formazione rivolti principalmente alle donne, che avevano lo scopo di indicare i modi migliori o per conservare il più a lungo possibile gli alimenti o su come riutilizzare gli avanzi. Su numerose riviste, infatti, proliferavano rubriche culinarie che offrivano consigli su come reinventare i piatti tipici della tradizione senza gli ingredienti di base: come, ad esempio, poter ottenere un riso giallo senza lo zafferano o come, data la mancanza di farina, poter ricavare una torta margherita con i fagioli.

All’entrata in guerra, dunque, l’Italia era un paese già abbastanza provato dall’autarchia. Durante il conflitto, l’aumento del controllo del partito sulle derrate alimentari provocò un peggioramento delle condizioni degli italiani. La politica del tesseramento scelta dal regime, infatti, si rivelò in breve tempo inadatta a far fronte alle esigenze belliche. Il mantenimento dell’esercito, il sacrificio richiesto ai civili rimasti in patria, la successiva presenza di eserciti stranieri occupanti, fecero crollare il paese nella miseria.

Nel primo anno di guerra complessivamente nessuno ancora soffrì la fame; al contrario, le classi sociali più povere trassero cospicui vantaggi dal tesseramento dello zucchero, guadagnandone più di quanto ne avessero mai avuto. La paura si presentò nel ’41 quando si tesserò il pane a una dose insufficiente di 200 grammi a testa, che, all’inizio del ’42, crollò a 150 grammi a testa, mentre anche i restanti alimenti, come patate, uova, legumi o formaggio, erano razionati per la prima volta. La fame incominciò a farsi sentire soprattutto nelle città da cui, ogni giorno, una folla partiva alla volta della campagna, che, in tempo di guerra, era avvantaggiata sia per la quantità maggiore di cibo a disposizione sia per l’assenza dei bombardamenti. Il romanzo La casa in collina di Cesare Pavese, infatti, si apre con il protagonista Corrado che ogni sera sale da Torino su per le colline per sfuggire ai bombardamenti, con le strade verso la campagna che «formicolavano di gente, povera gente che sfollava a dormire magari nei prati, portandosi il materasso sulla bicicletta o sulle spalle, vociando e discutendo, indocile, credula, divertita» (C. Pavese, La casa in collina, Einaudi, Torino 2011, p. 3). Il romanzo pavesiano è ideale per la ricostruzione delle varie fasi della guerra e per la comprensione delle difficoltà alimentari affrontate sul fronte interno, con rappresentative scene di pasto, come la cena consumata alla villa sulla collina in un angosciante silenzio mentre Torino è bombardata:

 

Silenziosi – con l’allarme la radio taceva – ci sedemmo, l’Elvira di fronte, la vecchia a lato, come sempre. La vecchia si fece il segno della croce. Nessuno parlò. Snodare il tovagliolo, toccar le posate, mangiare, mi parve un gioco, un gioco futile. Verso l’una cessò l’allarme. Sobbalzammo, quasi sorpresi. L’Elvira mi mise nel piatto un’altra fetta di torta. (p. 63)

 

Le privazioni che gli italiani soffrirono negli anni di guerra dipesero anche dalla necessità di mantenere un numeroso esercito. In particolare, la distribuzione del rancio ai soldati mostrò, fin dalla guerra in Abissinia, notevoli difficoltà organizzative: in breve tempo, infatti, le regole della consegna del cibo seguirono la logica del privilegio e della corruzione, senza tener in considerazione che spesso era servito ai soldati cibo avariato. Le condizioni alimentari dell’esercito peggiorarono nel ’44, quando il governo fascista stabilì di rifornire i soldati tedeschi con porzioni uguali a quelle dei soldati italiani. A questa dubbia decisione fece seguito una seconda, che imponeva di distribuire maggiori provviste ai soldati stanziati in Africa piuttosto che a quelli che affrontavano le rigide condizioni climatiche della steppa russa. La maggior testimonianza della vita dei soldati italiani in Russia è Il sergente nella neve di Mario Rigoni Stern, che presenta interessanti descrizioni anche sulle ristrettezze alimentari affrontate dall’esercito. Il cibo nel testo, infatti, compare fin dalla seconda pagina e subito rivela la condizione di precarietà in cui vivevano i soldati, che erano costretti a mangiare ciò che trovavano sotto terra: «uscivano fuori dalla terra e dalla neve patate, cavoli, carote, zucche. Qualche volta era roba buona e si faceva la minestra» (M. Rigoni Stern, Il sergente nella neve, Einaudi, Torino 2014, p. 9).

Ma il sergente Rigoni sottolinea come, finché i soldati rimasero al sicuro nel caposaldo sulla riva del Don, le loro condizioni di vita, tutto sommato, fossero abbastanza confortevoli, con un rancio non troppo misero pur sempre assicurato. È con la fuga, infatti, che la situazione peggiorò gradualmente. Le provviste che ogni reparto riuscì a portare con sé, un po’ di gallette e marmellata, finirono dopo i primi giorni della ritirata, insieme ai viveri che i cucinieri erano riusciti a conservare: «Io ero convinto che non ci fosse più nulla. I sacchi delle pagnotte sono incrostati di neve e odorano di cipolle, di carne, di conserva, di fumo di caffè; dell’odore dei cucinieri insomma. Ci sono due pagnotte per ciascuno, dure, gelate e vecchie» (p. 82). La fine delle provviste spinse i soldati a procurarsi il cibo con qualsiasi espediente: chi con furti, chi con la caccia, chi grazie alle offerte dei compagni. A volte, erano i russi stessi a offrire ospitalità e cibo ai soldati italiani. Una delle scene più significative del romanzo, infatti, vede il sergente Rigoni che, nel bel mezzo di una battaglia, trova ristoro presso un’isba di poveri contadini russi che lo invitano a sedersi a tavola e a rifocillarsi insieme ai soldati nemici:

 

Vi sono dei soldati russi, là. Dei prigionieri? No. Sono armati. Con la stella rossa sul berretto! Io ho in mano il fucile. Li guardo impietrito. Essi stanno mangiando intorno alla tavola. Prendono il cibo con i cucchiai sospesi a mezz’aria. […] Vi sono anche delle donne. Una prende un piatto, lo riempie di latte e miglio, con un mestolo, dalla zuppiera di tutti, e me lo porge. Io faccio un passo avanti, mi metto il fucile in spalla e mangio. Il tempo non esiste più. I soldati russi mi guardano. Le donne mi guardano. I bambini mi guardano. Nessuno fiata. C’è solo il rumore del mio cucchiaio nel piatto. […] I soldati russi mi guardano uscire senza che si siano mossi. (p. 35)

 

In questo passo la «zuppiera di tutti» diventa il simbolo dell’uguaglianza e della spontanea generosità che spinge alleati e nemici ad aiutarsi a vicenda nei tempi più difficili.

La rovinosa ritirata dalla Russia inaugurò l’inizio della fine per il fascismo, che incominciò a vacillare anche sul fronte interno, con la cattura di Mussolini e lo sbarco in Sicilia. L’arrivo degli Alleati provocò una profonda frattura fra nord e sud del paese, anche a livello di alimentazione. Se il sud ritrovò un lento ripristino della pace e una graduale scomparsa della fame grazie ai rifornimenti americani, al nord, con la discesa della Germania e lo scoppio della guerra civile, le condizioni alimentari peggiorarono. L’Italia settentrionale, infatti, divenne il granaio della Germania, in cui i nazisti razziavano e portavano via agli italiani le poche risorse rimaste sul suolo. Per questa loro voracità, i tedeschi sono chiamati da Vittorini in Uomini e no «antropofagi», divoratori di uomini, per i loro atti violenti contro i civili italiani. Nel romanzo, infatti, i tedeschi divorano tutto al punto che riducono lo stesso uomo italiano in cibo per le proprie bestie, come si vede nel caso del venditore Giulaj, fatto atrocemente sbranare dai cani tedeschi. È così che nella guerra l’uomo perde la sua stessa umanità: cessa di essere persona per essere ridotto a cibo. Furono dunque queste le premesse che determinarono lo scoppio della Resistenza.

Chiocchetti Elisa
Laureata in Filologia moderna presso l'Università Cattolica di Milano.