Leggere i testi
04 Febbraio 2019

Col tuo dolore, con la tua speranza

Percorsi di medicina nella letteratura italiana del Novecento (I)
Girelli Valentino

Se è vero che temi come il dolore e la sofferenza permeano la letteratura occidentale sin dalle origini, è altrettanto vero che quest’ultima si è sempre posta la questione di come affrontare i molti mali della malattia, fisica e mentale. Elementi di medicina clinica e farmacologica fanno la loro comparsa per la prima volta già in Omero, in particolare nella Iliade, terreno fertile per la descrizione di particolari anatomici dovuta alla crudezza della guerra. Nel mondo antico si assiste ad una prima sistematizzazione delle discipline mediche in autori celeberrimi, come Ippocrate e Galeno (nel mondo greco) e Plinio il Vecchio e Celso (mondo romano). Moltissimi poeti, tra cui spicca Marziale, colgono l’occasione per fare ironia sulla figura del medico, dipinto come corrotto, manipolatore e assetato di danari. In un celebre epigramma (I, 30), il poeta paragona il medico a un necroforo («Diaulo fu chirurgo, ora invece è becchino»), sottolineandone dunque l’aspetto malaugurante e potenzialmente portatore di sventura.

Nel mondo medievale, formatosi per mezzo della cultura latina, i descrittori antichi della peste e delle sue caratteristiche, in particolare gli enciclopedisti e Lucrezio, influenzano grandemente autori della levatura di Dante e Boccaccio. Nella Commedia, Dante sembra conoscere perfettamente la sintomatologia di molte malattie, descrivendole nel dettaglio: in Inferno XXIV, 111-117, viene descritto l’antico male sacro, ossia l’epilessia:

 

E qual è che cade, e non sa como,
per forza di demon ch’a terra tira,
o d’altra oppilazion che lega l’omo

Quando si leva, che ‘ntorno si mira
tutto smarrito de la grande angoscia
ch’elli ha sofferta, e guardando sospira.

 

E sempre nella stessa cantica Dante ci offre particolari della grave idropesì che affligge Mastro Adamo (XVII canto), ossia l’idropisia, oggi nota come “ritenzione idrica” e caratterizzata dall’accumulo di liquidi (edema) nei tessuti. Nel Purgatorio, inoltre, Dante fa descrivere al personaggio di Stazio, che ha appena terminato il suo percorso di espiazione ultraterrena, la generazione degli uomini tramite l’atto procreativo: il sangue-seme maschile approda nel «natural vasello» (l’utero femminile) e dà vita a una nuova creatura, provvista di anima grazie all’intervento tempestivo di Dio.

Con Boccaccio approdiamo in età pre-umanistica. Da una parte lo scrittore riprende la descrizione enciclopedica della malattia e dell’anatomia elaborata dal suo maestro Dante, visibile, per esempio, nella descrizione della peste a Firenze che apre il Decamerone, ma dalla parte opposta si fa portatore della polemica contro i medici dell’epoca, preparatissimi e freschi di università, ma totalmente inesperti della vita reale. Il protagonista della nona novella della VIII giornata, Maestro Simone, è un medico addottorato a Bologna ma nel corso della vicenda si dimostra un uomo stoltissimo, che crede alle panzane dei soliti burloni Bruno e Buffalmacco, in verità intenzionati a raggirarlo per estorcergli del denaro. Tra un’avventura e l’altra Simone precipita nell’immancabile letamaio, allegoria della sua stupidità:

 

Messer lo medico, sentendosi in questo luogo così abominevole, si sforzò di rilevare e di volersi aiutar per uscirne, e ora in qua ora in là ricadendo, tutto dal capo al piè impastato, dolente e cattivo […] se ne tornò a casa.

 

Boccaccio critica aspramente una classe medica impegnatissima a mantenere il proprio status sociale, le proprie frivolezze, ma poco esperta della praticità che è richiesta alla figura professionale del medico.

L’assenza di figure quali quella del medico e del malato e, più in generale, di temi come la medicina e la malattia nel Quattrocento, sintomo, forse, della rinascita di sentimenti più goliardici (in effetti questa è l’epoca di Pulci, Boiardo e Poliziano), viene compensata dalla letteratura dell’età razionalistica, in cui il medico ricompare frequentemente, soprattutto nei testi teatrali. Dalla Mandragola di Machiavelli, dove il protagonista Callimaco si finge un medico celebre, con lo scopo di avvicinare la moglie di uno sciocco giurista, Lucrezia, si arriva al francese Molière, le cui commedie, già dal titolo, palesano un morboso interesse per la figura del dottore, dovuto forse al fatto che l’autore soffrì di tubercolosi: nel 1645 scrive il Medico volante, nel 1658 è la volta del Dottore innamorato, segue L’amore medico (1665), Il medico per forza (1666), fino al celebre Malato immaginario (1673, anno della sua morte). La medicina e i suoi professionisti seguono tutta la carriera del commediografo francese, in un vero e proprio “ciclo della medicina”.
Nel panorama letterario italiano spicca, lungo il secolo successivo, la figura di Goldoni, che nel Medico olandese (1756) si cimenta con il tema dell’ipocondria, ossia dell’eccessivo timore di contrarre una patologia, specie se virale o batterica. Già in un’opera precedente Goldoni aveva dato una definizione del fenomeno:

 

Perché il male di quella giovane è ideale; crede di aver male ma non è vero. Per contentarla, qualche volta le accordo apparentemente un qualche medicamento che non le possa far male; le do l’acqua pura, per non imbarazzarle lo stomaco con altri inutili medicamenti (La finta ammalata).

 

Il medico di Goldoni è soprattutto un rivoluzionario: capisce, secondo quanto già detto secoli prima dal medico greco Galeno, che il dottore non deve solo “parlare”, ma deve soprattutto ascoltare, giungendo a farsi un’idea non solo del male del paziente, quanto anche del suo carattere e delle sue paure. Il medico asseconda, ascolta lagnanze e finti timori, lo fa con umanità, senza la malizia che denunciava Marziale. In breve, Goldoni anticipa Pirandello, che nella novella Richiamo all’obbligo finalmente sistematizza l’importanza del ruolo di ascolto del medico:

 

– Gigino mio, sono un uomo morto!
E gli occhi gli si riempirono di lacrime.
– Parla, parla,–  lo incitò il dottore: – andiamo, che t’è accaduto?
Paolino fece alcuni passi, poi si fermò e, trattenendo Gigi Pulejo per una manica, premise misteriosamente:
– Ti parlo come a un fratello, bada! Anzi, no. Il medico è come il confessore, è vero?
– Certo. Abbiamo anche noi il segreto professionale.
– Va bene. Ti parlo allora sotto il sigillo della confessione, come a un sacerdote.

 

Il messaggio è chiaro: il buon dottore non è solo tenuto all’obbligo di mantenere segreto quanto detto dal paziente (come un sacerdote), ma soprattutto di “essere il migliore amico” del suo malato. È una sottigliezza importante per stabilire una forte e collaborativa relazione tra medico e paziente. Quest’ultimo deve sentirsi ascoltato, capito. Il medico, da parte sua, deve aiutarlo a combattere tanto la malattia quanto il timore e lo scoraggiamento tipico di colui che è afflitto da una malattia.
L’ascolto, atto primario del buon medico, ha un’utilità bilaterale: da una parte permette al professionista di fare un’anamnesi e una diagnosi (a cui seguirà poi, quando possibile, una terapia), dall’altra, per il paziente, agevola l’accettazione dei sintomi e il fatto di essere malato, il primo passo per l’inizio della cura.
Tornando alla letteratura, di buoni medici se ne trovano molti: dal dottore del racconto Un consulto di Luigi Capuana, in cui «la responsabilità [del medico] si accresce perché parla con il cuore di un amico», al rassicurante dottor Ongaro dei Microcosmi di Claudio Magris, del quale vengono descritte altre importanti virtù tipiche del buon curante: la mitezza e la tendenza a rassicurare il paziente, peraltro già scosso dall’affacciarsi della malattia. Eccone un estratto:

 

Lui [il medico] ascolta, disponibile, senza fretta […] Si addentra nelle spirali dell’angoscia con la paziente leggerezza di un gatto; saggia il terreno con domande discrete, suggerisce un farmaco senza promettere miracoli, ma la zampa felina non si lascia scappare la serpe dell’ansia, l’afferra senza parere e la tira fuori, e spesso, dopo qualche tempo, le persone braccate dai demoni ritornano capaci a vivere.

 

Il dottore, le sue parole, permettono una vera e propria “redenzione” finale del paziente, che, inizialmente incapace di vivere, ritrova la serenità smarrita.

In un’epoca di progressivo allontanamento della medicina dalla sua dimensione pratica, è importante che il dialogo tra curante e curato sia il più possibile “fisico”, in altre parole il dottore non deve temere di “sporcarsi le mani”, tastando, auscultando, palpando e massaggiando il corpo del paziente; la mancanza di questa dimensione può estraniare il malato, che finisce quasi per essere considerato un “insieme di pezzi” e non un organismo funzionante nella sua unicità e complessità. «La sua [del medico] attenzione era rivolta esclusivamente ai pezzi e neppure ai pezzi in sé, ma alla loro rappresentazione» lamenta Terzani in un passo del romanzo autobiografico Un altro giro in giostra, sottolineando quanto esso possa davvero risultare assurdo e paradossale. «Ogni medico ha la sua competenza specifica» puntualizza aspramente lo pneumologo nel romanzo di Roberto Levi Lo sapevo, non dovevo ammalarmi, una volta che il protagonista gli chiede lumi su una parte del corpo che non riguarda la sua competenza.

Infine, il medico deve essere prudente. Prudente nella diagnosi e nella cura, perché gli errori degli specialisti possono ricadere sul paziente assai negativamente; il medico saggio conosce l’importanza del suo ruolo, cercando di evitare spacconerie o atteggiamenti eccessivamente superficiali. Il pensiero chiave è riassunto in Pinocchio, romanzo che apparentemente non si dilunga sulla medicina, ma che ci consegna un messaggio cruciale per voce del grillo nell’episodio del burattino malato che rifiuta la medicina: «Io dico che il medico prudente, quando non sa quello che dice, la miglior cosa che possa fare, è quella di stare zitto».

D’altra parte la letteratura, specie quella del Novecento, ci racconta anche di molti medici cattivi. Dottori corrotti, vendicativi, attenti solo al proprio tornaconto. Il più celebre di tutti è senza dubbio il dottor S. del Preambolo della Coscienza di Zeno, che compie scandalosamente il misfatto peggiore che un medico possa fare: pubblica il diario del proprio paziente, arcignamente gongolando del fatto che l’azione spiacerà alquanto a Zeno. Il dottor S. finisce per essere agli antipodi dei bravi medici descritti da Pirandello e Capuana, venendo meno ai propri doveri ancor più malignamente, visto che si tratta di un “dottore della mente”, uno psicanalista.

 

(continua)

Girelli Valentino
Laureato in Filologia moderna presso l'Università Cattolica di Brescia